Che cosa succede dopo Montezemolo

Mercoledì si apre la procedura (e si concluderà a maggio) per eleggere il presidente di Confindustria. È praticamente sicuro un unico candidato: Emma Marcegaglia. Esito che nasce da due processi: lo sradicamento del consenso che aveva portato alla presidenza Antonio D'Amato e il fallimento della presidenza Montezemolo.
Con la Confindustria damatiana arrivarono il consolidamento dei contratti a tempo determinato, la Biagi, la Maroni sulle pensioni, conquiste in grado di reggere persino al centrosinistra che le ha costosamente peggiorate, ma non ha potuto rovesciarne l'impostazione.
Oggi, poi, si ridiscute di contrattazione aziendale centrale per un rilancio anche dei salari operai, si riparte cioè da dove D'Amato era arrivato. Ma gli uomini più legati alla sua presidenza sono finiti in soffitta. Contro di loro si è formato sin dal 2003 uno schieramento formidabile: da Antonio Fazio alle banche, alla grande stampa, al mondo Fiat, a settori della burocrazia confindustriale, per non parlare di una certa indifferenza del centrodestra politico e cultural-mediatico.
Questo schieramento ha intimidito uomini coraggiosi ma che di mestiere si occupano delle loro aziende e non sono disponibili per lotte all'ultimo sangue (o all'ultimo fido bancario o all'ultima reputazione scossa dai media).
Dall'altra parte il mondo Fiat esce con ferite. Montezemolo ha impostato il mandato su un legame preferenziale con la Cgil, su una battaglia generica per la competizione, su uno scambio politico con Romano Prodi (un appoggio elettorale che ha dato meno tasse «solo» alle imprese e una bella spremuta ai ceti medi) e su tanta disattenzione per il tema centrale del mestiere del sindacalista dei lavoratori o delle imprese, la contrattazione. La sua impostazione strategica è fallita: la Cgil, suo grande partner, è allo sbando e il governo Prodi è isolato nel Paese.
Non ha funzionato neanche il piano b della Fiat: una candidatura di Alberto Bombassei, industriale di rango, capace, già protagonista della stagione damatiana ma spinto dal Lingotto a prendere le distanze. È riemerso nell'ultima fase montezemoliana, ha riportato al centro del dibattito i temi «giusti», poteva contare su un’alleanza con settori moderati fondamentali ma ha perso la partita sugli «anticipi contrattuali» della Fiat. L'indifferenza di Sergio Marchionne per il fatto che il presidente della sua impresa fosse anche presidente di Confindustria ha provocato lo sdegno dei «duri» di Federmeccanica, base naturale di Bombassei.
Interdetti i damatiani, azzoppato il mondo Fiat, è rimasta la Marcegaglia che, però, ha anche meriti propri. Sfrutta la fronda prima contro D'Amato, poi contro Montezemolo. Ma conta anche sul lavoro efficiente svolto in presidenza sui temi dell’energia. Nonché sull'opera di questi mesi di ricucitura con il dissenso antimontezemoliano: dai duri di Federmeccanica ai veneti, dai chimici all'Assolombarda. Non è un caso che la «candidata» stia scrivendo un programma da seria sindacalista di imprese proprio con gli esponenti di punta di questo mondo.
A favore della Marcegaglia gioca anche un certo appoggio dell'area liberal, con alla testa Vittorio Merloni, che ne apprezza il noto dialogo con la sinistra. E pesa il via libera finale di Montezemolo che prima ha tentato di far correre Andrea Moltrasio, piccolo industriale bergamasco, ma ha dovuto ritirarlo per le freddezze verso la sua presidenza, e così ha messo il cappello sulla Marcegaglia, dicendo: «è una della mia squadra» e ottenendo la conferma del direttore generale Maurizio Beretta, garante del mondo Fiat.
Non sarà facile il compito della Marcegaglia: in questi anni Confindustria si è indebolita e i pasticci che prepara Prodi, sulla base di una pur giusta esigenza di abbassare le tasse e alzare i salari, condizioneranno il futuro. Conterà la squadra che l'affiancherà: Bombassei quasi certamente ne farà parte, ma questo consentirà di imbarcare un altro bergamasco come Moltrasio?
Ci saranno tanti confindustriali politicisti, di quelli che si occupano più di sistema elettorale che di contrattazione aziendale, come Matteo Colaninno e Anna Maria Artoni?
I veneti alla fine punteranno su un montezemoliano in difficoltà come il vicentino Massimo Calearo? Verrà confermato un uomo di esperienza come Marco Tronchetti Provera? Entrerà l'unico confindustriale che ha fatto dei grandi contratti, Giorgio Squinzi? Questi i dubbi principali.
Lodovico Festa