Che delizia i ragazzini di Dudamel

Pietro Acquafredda

da Roma

Per una volta, nel riferire di due concerti dell'Accademia di Santa Cecilia, preferiamo non soffermarci sulle stelle del podio, una vecchia ed una nuova, anzi nuovissima: Claudio Abbado e Gustavo Dudamel, protagonisti delle indimenticabili serate, ma sull'orchestra; e, tuttavia, non possiamo non segnalarvi, almeno, che si sono spartiti non solo i due concerti, ma, nel secondo, addirittura il podio: prima parte Abbado, seconda Dudamel (il cambiamento di programma è stato annunciato non senza un eccesso di retorica); e che Abbado ha voluto fare un regalo del tutto imprevisto ma graditissimo all'orchestra venezuelana, che vale come una consacrazione: ha registrato il Triplo di Beethoven che, se uscisse a breve sul mercato discografico, a poca distanza dalle recentissime Quinta e Settima, dirette da Dudamel, servirebbe a dire al mercato: vi presento una nuova orchestra sulla quale puntare.
Ci preme dire dell'orchestra perché è la vera grande scoperta. Si tratta dell'Orchestra sinfonica giovanile del Venezuela Simon Bolivar: organico smisurato, età media fra i sedici e ventidue anni, direttore musicale il venticinquenne Dudamel. Sapevamo del sistema di istruzione musicale, assai articolato e radicato nella nazione sudamericana; come anche delle sue numerosissime orchestre giovanili ed infantili, e dell' altissimo valore formativo e sociale dell'intero progetto (l'Unicef l' ha riconosciuto ufficialmente attribuendo, nel corso del primo concerto, all'artefice di tutto, José Antonio Abreu, una onorificenza).
Ma soltanto ora abbiamo appreso che la Simon Bolivar, fiore all'occhiello di tale sistema e prodotto professionale da esportazione, da quando l'abbiamo ascoltata anni fa a Roma, diretta da Sinopoli, è diventata un'orchestra vera. Un miracolo! Affidata al giovane Dudamel, ma sempre più spesso anche a notissimi direttori che amano dirigerla (Rattle, Abbado), è cresciuta artisticamente al punto da reggere il confronto con tante orchestre giovanili di rango, e da essere corteggiata dall'industria discografica. L'orchestra, sovradimensionata rispetto ai normali organici, ha in repertorio anche compositori latinoamericani noti e meno noti, che Dudamel si propone di far ascoltare nel corso delle tournée all'estero, oggi sempre più frequenti (l'orchestra è prenotata a Lucerna per il prossimo Festival di Pasqua, ma ha già suonato nella Philharmonie di Berlino, per la seconda volta in poco tempo).
Nelle mani di Dudamel, che ha diretto nella prima serata l'Egmont, la Quinta di Beethoven ed autori latino americani, tra cui anche Ginastera (Suite da Estancia) l'orchestra, anche nel programma classico, ha mostrato profilo potente, efficienza, prestanza e scatto di un giovane organismo; con Abbado abbiamo scoperto che essa sa esprimere anche profondità e trasparenza di suono (notevole l'apporto dei tre solisti: Gringolts, Brunello, Lonquich che nel bis schubertiano hanno impartito una lezione di sublime camerismo). Ma è innegabile che nel Mahler vulcanico, spasmodico e sovreccitato della Quinta l'Orchestra esprima meglio che altrove se stessa. Col tempo crescerà ancora. Dopo aver gridato al miracolo dell'acqua trasformata in vino non possiamo pretendere che il vino sia barolo e basta! Terminato il concerto, che alla fine si è trasformato in una festa multicolore, l'orchestra vola a Caracas e Dudamel a Milano dove comincia le prove per l'impegnativo Don Giovanni mozartiano alla Scala.