Che delizia con Turandot

da Parma

Ci stiamo abituando alla bellezza, nella civiltà delle immagini, ed ecco i meravigliosi raggi di luce che sul palcoscenico del Teatro Regio di Parma filtravano dalle inferriate cinesi del palazzo della Principessa Turandot. O forse non era il palazzo, eran le case che cingevan la piazza, o la struttura del Teatro Globo dove lavorava Shakespeare, archetipo di teatro assoluto. Entravano, i raggi, s'incrociavano e lasciavano un pulviscolo di luce calda nel giorno, o, nella notte, un barbaglio di luminosità segreta. Così il tempo e lo spazio, la verosimiglianza e la storia erano dal principio annullati, ed era nudo il rito della favola. Turandot, appunto. Una sua ava ha ricevuto violenza da uno straniero, e lei ne ha ancora orrore: si offre al principe che risolva tre enigmi, ma se non riesce il boia gli taglierà la testa: cosa che accade a tutti meno che a Calaf il misterioso, il quale poi la bacia risvegliando l'amore e permettendo l'happy-end. Puccini è soggiogato dalla fiaba di Gozzi e vi riversa la sua stupenda melodia e la sua orchestra con tutte le screziature del Novecento; ma per il bene nostro e guaio suo, sente la necessità che in questa favola d'amore ci sia chi sa e insegna che l'amore è infinita bellezza e sacrificio; così la schiava Liù per custodire un segreto salvando l'amato Calaf paga con la vita. E Puccini, già malato, non riesce ad andar oltre quella morte, sente che non può esistere punto più alto; muore, nel 1924; il suo collega Alfano imbastirà un dignitoso finale finto e pomposo.
A Parma, nell'allestimento di Londra 1996, con la regìa del talentosissimo Andrei Serban ripresa prestigiosamente da Jeremy Sutcliffe, scene e costumi Sally Jacobs, tutto il racconto e tutti i possibili significati erano in primo piano. L'esecuzione musicale era altrettanto eccellente: sarebbe ora che Donato Renzetti si convincesse d'essere il direttore che è, dal braccio infallibile e dall'istinto di musicista diffuso in fraseggi, colori, intrichi e canto e ci mettesse quel tanto di abbandono e di follia in più che cova nell'animo, per darci davvero tutto. Andrea Gruber invece non dubita d'essere cantante di grande autorevolezza e soprattutto d'essere Turandot, che interpreta con adesione vocale e scenica esemplari ed emozionanti. Marco Berti sfoggia voce folgorante e dizione perfetta, e quando cercherà recitando di essere più simile al misterioso Calaf che a Nero Wolfe sarà perfetto: per ora, intanto, applausi. E applausi a Valentina Farcas, Liù fragile e lunare, tenerezze e filatini eseguiti perfettamente: scelta molto opinabile ma compiuta sino in fondo. Tutti comunque cantavano la parte con espressività netta: da Marco Spotti, il vecchio cieco, a Max René Cosotti, il più intelligente Imperatore Altoum che mi sia mai capitato di incontrare. E non si può non accorgersi che, tra Pang e Pong, c'era un Ping dall'autorità e dalla bellezza vocale di Fabio Maria Capitanucci. Coro e orchestra adeguati, festa.