CHE DELUSIONE IL FINALE DI «LOST»

È appena terminata, su Raidue, la messa in onda della prima stagione di Lost, celebrata serie americana che racconta la «nuova vita» e il percorso di sopravvivenza di un gruppo di scampati a un disastro aereo, finiti su un’isola sperduta e costretti a un continuo rimpallo tra l’inquietudine esistenziale ereditata dal passato e le difficoltà di sopravvivenza della nuova situazione. Sull’effettivo valore della tanto osannata serie ci siamo già espressi, ponendo più di un dubbio su certe evidenti debolezze della struttura narrativa che il corso delle puntate ha evidenziato ancora di più. Ottima sotto il profilo della fotografia e della potenza suggestiva delle inquadrature, di taglio prettamente cinematografico, Lost ha però via via esacerbato alcune pecche che non possono essere sottovalutate, soprattutto sotto il profilo dell’esasperante lentezza dell’azione (succede sempre troppo poco rispetto a quanto ci si aspetta in un contesto del genere) e delle frequenti incongruenze logiche del racconto, che sembra spesso ricorrere a espedienti infantili per fare colpo, sconfinando nel genere fantascientifico ma senza averne la necessaria capacità visionaria. Non è qui il caso di ripetere per esteso le considerazioni critiche, è invece curioso notare come gli sceneggiatori di Lost non siano riusciti a sottrarsi a una brutta abitudine che sta prendendo piede nella fiction destinata a proseguire nelle stagioni: quella di concludere l’ultima puntata con un finale aleatorio e deludente, che non può e non vuole dire la parola fine, e lascia nel vago ogni soluzione narrativa proprio perché deve pararsi le spalle in vista delle successive annate. Che la sceneggiatura abbia il diritto di pensare a un finale aperto non è in discussione, ma c’è modo e modo. E il modo scelto per Lost sa di soluzione raffazzonata, lascia il dubbio che gli sceneggiatori non sapessero che pesci pigliare, attorcigliati negli stessi eccessivi meandri e nelle infinite parentesi e deviazioni narrative che avevano seminato lungo il percorso. Non è credibile, ad esempio, che sia una piccola imbarcazione ad avvicinarsi in mare aperto ai sopravvissuti in cerca di una fuga dall’isola, perché la stazza ridotta fa pensare che la terraferma non possa essere troppo lontana dal luogo del naufragio, mentre il racconto si era sviluppato nella convinzione comune che l’isola dove era caduto l’aereo fosse un luogo sperduto, inaccessibile, lontanissimo da tutto e da tutti. Sempre più spesso, assistendo a certe soluzioni narrative che paiono dei veri e propri espedienti, gli spettatori hanno tutto il diritto di sospettare che anche gli sceneggiatori delle fiction più conclamate si stiano specializzando nella cosiddetta arte di arrangiarsi.