Che delusione quell’Amleto elegante Sembra l’imitazione di Kurosawa

Troppo superficiale l’imponente spettacolo di Eugenio Barba

Enrico Groppali

da Ravenna

In quanti modi si possa rappresentare la tragica historia di Amleto, partendo dagli infolio shakespeariani o limitandosi alla cronaca tramandataci da Saxo, il primo cronista accreditato della storia danese, appartiene al regno indiscriminato dell’interrogativa retorica. Dato che la vicenda del principe terrorizzato dal fantasma del padre al punto di celare i propositi di vendetta sotto lo schermo della follia, ha continuato e continua ad ispirare scrittori, interpreti, registi. Ora è la volta di Eugenio Barba, guru-fondatore dell’Odin Teatret che dal’64 diffonde il suo credo ispirato a una concezione multietnica della cultura. Rifiutato di proposito il gran testo d’avvio, Barba si è concentrato sulla cronaca cupa che trapela dalle righe di Saxo, sfrondando il resoconto delle drammatiche gesta di quel barbaro che fu l’Amleto della storia patria danese di qualsiasi poetico compiacimento.
Affidando a Julia Varley il ruolo di cantore-araldo della vicenda in divenire che, prima in latino e poi nella nostra lingua, introduce le varie sezioni in cui ha suddiviso lo spettacolo, Barba trasforma la storia «lamentevole e profana» del Vendicatore nel magma di quegli orrori che sono all'origine della fondazione tribale. Sul terreno sabbioso a ridosso del magnifico Palazzo di San Giacomo che sorge nell'entroterra ravennate, Barba fa giungere in un macabro corteo i popoli limitrofi dello Jutland torturati dalla carestia e incalzati dalla peste componendo mirabili figurazioni musive illuminate dalle fiaccole. Poi fa entrare, in sinuose movenze di danza, la troupe balinese cui ha affidato il compito di distanziare lo spettatore dall’evento sanguinoso che si prepara. Mentre, su un giaciglio simile a un baldacchino invertito di segno, il principe dello Jutland compie inesorabile la sua vendetta in un contesto che sembra riecheggiare gli echi di Mizoguchi e le visioni del cinema di Kurosawa.
Purtroppo, al di là della sapienza compositiva, i tableaux vivants in cui è suddivisa la gigantesca rappresentazione di gesta a noi totalmente estranee staccate come sono dal contesto drammatico di un’icona del pensiero occidentale come Amleto, restano inerti lacerti mai saldati dall’unicum di un’autentica meditazione sul destino. Proprio il contrario di ciò che dovrebbe offrirci qualsiasi Amleto. Compreso quello di Saxo che, demidiato com’è dell’elemento soprannaturale del Fantasma, si affloscia simile al cadavere di una medusa straziata dalle onde del mare.