Che Diavolo fare?

Dodici anni fa, era dicembre. Fuori da Macherio c’era un capannello di giornalisti e all’uscita Adriano Galliani abbassò il finestrino dell’auto per dire che no, non sarebbe cambiato nulla: Tabarez era ancora l’allenatore del Milan. L’allora caporedattore dello sport Xavier Jacobelli però aveva già chiamato il suo inviato al cancello di casa Berlusconi: «Stai lì, aspetta, ma non dire niente a nessuno: il Milan ha già preso Sacchi». L’inviato, che ero io, rimase lì, il Giornale uscì - unico - con la notizia in prima edizione (e la firma sul pezzo fu un regalo prezioso del caporedattore). E mentre Galliani a mezzanotte ancora prendeva tempo per educazione nei confronti del tecnico uruguaiano, squillò il telefonino di un collega: la federazione, che aveva Sacchi come ct, aveva dato la notizia in un comunicato ufficiale e Galliani non poteva più nasconderla.
Ecco, questo ricordo personale è per dire che il Galliani di oggi può sembrare quello di 12 anni fa, soprattutto quando ripete che «Ancelotti non si tocca». Però, pensandoci bene, la differenza c’è ed è proprio lui: Carletto. È impossibile per il Milan di oggi provare ingratitudine per un allenatore così vincente cresciuto e riportato in casa, neppure dopo una partenza così. Che fare, allora, per risollevare il Milan? La risposta non è semplice, perché - come è stato fatto notare ormai da molti - il Milan gioca proprio come tutti si aspettano: potenzialmente devastante in attacco ma imbarazzante non appena gli avversari si fanno vedere nella metà campo rossonera. Ancelotti dice di avere la soluzione e c’è da credergli. Il problema ora è che ci credano i giocatori che in passato hanno vinto titoli europei e mondiali puntando sul proprio grande orgoglio. Domanda: un «semplice» scudetto basterà per stimolarlo? Risposta: se guardassero intensamente la maglia che indossano dovrebbe.