Che disastro i genitori sessantottini

Il senso è che tutti i nodi vengono al pettine. E che se un bambino viene lasciato solo per troppo tempo mentre mamma e papà fanno la rivoluzione, prima o poi si chiede: «Dov’erano i miei?». Se qualcosa o qualcuno vanno smitizzati, da Che Guevara fino a papà e mamma, è probabile che accada fra i trenta e i quarant’anni. Per i narratori italiani il momento giusto è arrivato: i figli dei figli dei fiori si sono seduti alla scrivania e hanno cominciato ad abbattere a macchina gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Riempiono le pagine di saghe sgarrupate, in cui i protagonisti cercano invano di rimettere insieme i cocci del vaso domestico infranto da genitori libertari e rivoluzionari, il più delle volte incontrati per caso in cucina o in sala da pranzo alle tre, di notte - finito il collettivo - o del pomeriggio non importa, purché fuori orario canonico.
Tutte opere di finzione, certo. Sennonché quegli anni coincidono con i «formidabili» e se un trenta/quarantenne di oggi scrive un romanzo generazionale probabilmente dentro ci troverete i movimenti, la politica e il terrorismo, gli stalinisti e i perbenisti, le rivoluzioni e le requisizioni, ma soprattutto la Famiglia di Origine. Da rifiutare, da ribaltare, da disprezzare, da recuperare, da prendere in giro o da cui tenersi alla larga. A dirla tutta sono state le Madri a dare il via al riflusso di coscienza: poco più di un anno fa Cristina Comencini con L’illusione del bene e Ippolita Avalli con Mi manchi (entrambe autrici Feltrinelli). Oggi Lidia Ravera con La guerra dei figli (Garzanti) e persino una narratrice mass market come Sveva Casati Modignani con Il gioco delle verità (Sperling&Kupfer). Tutte si cimentano nella descrizione del Grande Sgomento di fronte al legame di sangue che si fa osmosi di fiele, ai bambini degli anni Settanta che, cresciuti, azzannano la mammella dell’ideologia che li nutrì, vittime di quello che la Ravera chiama «snobismo della disillusione». E della domanda di cui dicemmo: «Dov’erano i miei?». La cui risposta, «in manifestazione», non può più bastare.
A ciascuno allora, il suo romanzo, con la sua risposta. I genitori di Arto Viliega, ateo fornicatore e bugiardo patentato, nato all’Avana il 12 gennaio 1973, protagonista del caustico Gli asini volano alto di Marco Archetti (Feltrinelli) - classe 1976 - erano a Cuba, ad esempio. Papà «dissennato testa calda» nel 1971 ha trascinato mamma - cattolica convinta e scuola dalle Marcelline - a «edificare il comunismo con la cazzuola» e a sposarsi fittiziamente con due nativi per ottenere «quella serie di privilegi di cui chiunque avrebbe fatto a meno: la tessera di razionamento, l’iscrizione al partito e una casa in uno scoraggiante lotto popolare».
Mamma s’impiega a Radio Progreso e scrive commedie filosocialiste e papà fa il muratore. Ma più i giorni passano più mamma s’accorge che in quell’inferno rovente il latte costa un occhio, non si trovano aspirine e Fidel Castro è Satana. E, incinta del secondo figlio, Giosuè, se ne torna a Milano. Per i due fratellini è un’infanzia tra nonni, regali riparatori e papà che torna dopo dieci anni con un mazzo di fiori dietro cui si nasconde il «solito idealismo». Con una siffatta coppia parentale è inevitabile che poi Arto prenda l’ideale con filosofia e immagini di raccontare così alla futura progenie serate come quella del 9 novembre 1989: «Cari nipoti, stavamo cenando ed è morta l’Idea. Il funerale era liberatorio, inaudito, festoso. Il comunismo falliva in diretta tv, davanti a tutti, indecentemente. Il sogno si spappolava e noi restavamo con la forchetta a mezz’aria». Inevitabile anche che, quella stessa sera, il fratellino Giosuè annunci a papà e mamma che vuole entrare in seminario.
Romanzi che - quando non lo sono, come nel caso di Anna Negri e il suo Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli) - troppo spesso somigliano ad autobiografie. Come Sono io che me ne vado (Mondadori) di Violetta Bellocchio, classe 1977, che alla «rimozione familiare» dedica l’incipit: «Non sono venuta qui per aperte virgolette ricomporre i nostri conflitti chiuse virgolette. Voglio soltanto... » - finta pausa per cercare le parole adatte - «... rimuovervi chirurgicamente dalla mia vita. Perciò, papà, moglie, sorellastra, tutti fuori».
La protagonista è Layla, stessa generazione di Violetta e stessa conoscenza delle quinte dell’ambiente cinematografico, di cui nel libro si parla con la mano sulla bocca. La storia, a metà tra David Lynch e J. T. Leroy, è di assuefazione al maledettismo fin dall’infanzia. Frase chiave: «Tieni duro, figlia mia testarda, ci sarà pace quando tutto avrai terminato».
Romanzi figli del Movimento ma anche del rock, che si appellano alla musica «giusta» come dea della fertilità e unico passaggio di testimone tra genitori anarchici e drogati e figli «alla ricerca di una normalità negata da sempre», come nel caso di Matilde e i suoi tre padri (Rizzoli) di Emidio Clementi, classe 1967. O che nascondono le colpe del terrorismo in una buca brulicante di insetti e di ricordi di famiglia come Il letto di formiche (Excelsior1881) di Donato Dalla Valle, classe 1979. Romanzi in cui i genitori sono così vanamente superegoici da sembrare sempre troppi e così inutilmente incasinati da sembrare sempre figli come I supereroi (Bompiani) di Ilaria Bernardini, classe 1977. Apertura nel 1970, tra l’aborto improvvisato nel bagno di casa con pompetta e sapone a scaglie della madre di Leonardo e la prima mattinata della bellissima Ada a centinaia di chilometri dalla comune in cui è cresciuta, tra cinquantenni, bambini e hippie scoppiati.
Seguiremo Leonardo e Ada fino al 2010, ma quarant’anni saranno insufficienti: Ada si sentirà sempre una madre troppo sola e sua figlia Emma non avrà nemmeno bisogno di allontanarsi centinaia di chilometri per rimanere sola a chiedersi se è troppo presto per cercare un donatore e avere un bambino con Bianca, la donna che ama. Ne avrà due e chiuderà il romanzo incapace di cuocere una frittata. E suo padre Leonardo penserà che in quella famiglia neanche nonna Silvia ha mai saputo cucinare. E nemmeno Ada: «Che cosa c’era che non andava in quelle tre? E perché carbonizzavano tutto?».