Che emozione le ultime note di Johnny Cash

Cesare G. Romana

da Milano

Se n’è andato tre anni fa, Johnny Cash. E ora ci invia il suo testamento d’artista, dodici brani allineati in American V: a hundred highways. Furono registrati quando già la morte incombeva e arrochiva la voce, poi riarrangiati con devota sobrietà sotto la regia di Rick Rubin, produttore storico del grande artista, in un’atmosfera quasi medianica: «Durante tutta la fase della registrazione, affidata ai musicisti preferiti da Johnny - racconta Rubin - s’avvertiva la sua presenza. Sentivamo che lui ci stava dirigendo, e del resto lavoravamo sulle tracce vocali originali, seguendo la sua voce e la sua chitarra e suonando per lui».
Nulla da spartire, dunque, con l’industria furbastra del caro estinto, così attiva nella discografia. Semmai un testamento, appunto, reso noto a esequie avvenute, secondo la volontà dell’estinto. E un viaggio estremo ed emozionante, ch’è anche una sintesi dei molteplici talenti di Cash: nato col gospel, passato al folk e al country, interessato alla musica sacra e al rock’n’roll (diede vita, con Elvis Presley, Carl Perkins e Jerry Lee Lewis, all’effimera avventura del Million Dollar Quartet), all’americanità e all’epopea vagabonda degli hobo.
Ecco infatti, proposti dalla sua voce profonda e dal ritmo scandito della sua chitarra, l’ispirata preghiera di Help me e le atmosfere magiche di If you could read my mind, lo spiritual assorto di God’s gonna cut you down e la struggente ballata Love’s been good to me. Ci sono omaggi all’amatissimo Hank Williams (con l’andamento on the road di On the evening train) e al prediletto Bruce Springsteen, del quale Cash tratteggia con grande finezza Further on up the road. Don Gibson, Gordon Lightfoot, Hugh Moffatt sono tra gli altri autori rivisitati dal grande cantante, che tuttavia tocca il clou emozionale dell’album con due composizioni proprie. L’una risale agli albori della sua carriera, ed è I came to believe: racconta, su un’impalpabile trama melodica scandita da suoni spettrali, la sofferta dipendenza del cittadino dal potere. La seconda, Like the 309, è l’ultimo brano che Cash compose, prima d’arrendersi alla malattia fatale. Il presagio della morte dà vita a un fluido country-blues, pieno di serenità, increspato dalle liriche svisature della chitarra.