Che errore difendere il Csm dei veleni

Il vice presidente Nicola Mancino offende la nostra intelligenza quando dice che il Consiglio Superiore della Magistratura «non ha né condannato né assolto nessuno» denunciando «l’intrusione indebita nella vita di giudici seguiti, osservati e controllati nei loro movimenti». Essa risulterebbe dai numerosi fascicoli sequestrati alcuni mesi fa all’allora funzionario del servizio segreto militare Pio Pompa, giustamente indagato per questo dalla Procura della Repubblica di Roma.
Il Consiglio Superiore, scavalcando il magistrato titolare dell’inchiesta, ha tuttavia ritenuto di attribuire non a Pompa o a qualche ufficio deviato, ma all’intero servizio segreto militare la responsabilità del dossieraggio, peraltro definito «una grande buffonata» da Francesco Saverio Borrelli, che pure è fra i magistrati «osservati» per il suo noto antiberlusconismo. Di fatto il Csm ha emesso una sentenza mediaticamente inappellabile, vista anche la sorprendente unanimità con la quale essa è stata votata, con il consenso quindi dei consiglieri non togati in qualche modo riferibili all’opposizione.
Stupisce che Mancino, la cui lunga carriera è stata insieme forense e politica, non avverta la confusione che ha fatto il Consiglio Superiore della Magistratura, peraltro producendo una quantità industriale di veleni da cui esso rischia di essere danneggiato per primo. Tre sono i sospetti, uno peggiore dell’altro, rovesciatisi sul Csm.
Il primo è di avere voluto mandare alla Corte Costituzionale un messaggio ostile al servizio segreto in vista del giudizio che essa è stata chiamata ad esprimere sul processo in corso a Milano contro l’ex capo del Sismi Nicolò Pollari ed altri imputati, fra i quali alcuni agenti della Cia, per il sequestro di Abu Omar, su cui la Procura milanese è stata accusata dal governo in carica, non da quello precedente, di avere indagato anche violando il segreto di Stato.
Il secondo sospetto è di avere voluto stendere una rete di solidarietà attorno alla categoria dei magistrati mentre il sindacato delle toghe sostiene l’ennesimo e forse decisivo tentativo di vanificare in Parlamento quel poco che è rimasto della riforma dell’ordinamento giudiziario che porta il nome dell’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli, già mutilata dalle modifiche e dalla sospensione varate l’anno scorso su iniziativa del nuovo guardasigilli.
Il terzo sospetto è di avere cercato di distogliere l’attenzione dallo stato agonico del governo montando un caso strumentalizzabile contro l’opposizione. Al cui leader il segretario dei Ds Piero Fassino, sorprendendo persino il suo compagno di partito Luciano Violante, si è affrettato come uno sciacallo ad attribuire la «responsabilità oggettiva» di ogni nefandezza eventualmente compiuta durante il suo governo negli uffici del servizio segreto.