Che errore la targa in autostrada per Gabbo

Eccola la stele per Gabbo. La famiglia e gli amici di Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso da un maledetto colpo di pistola dopo una maledetta rissa in un Autogrill toscano, si ritrovano al terzo anniversario con meno rabbia in corpo: potranno sacralizzare il luogo funebre con una targa, trasformando l'area dei panini e della pausa caffè in una meta di pellegrinaggio. La società Autostrade ha detto sì, dopo aver detto molti no.
Da un punto di vista legale, la decisione ci sta: le aree sono private, se il proprietario è d'accordo si può fare praticamente qualunque cosa. Ma tutto sommato è persino puerile, in una vicenda come questa, fermarci al cavillo. È chiaro a tutti come un Autogrill, per quanto proprietà privata, non sia esattamente esclusivo e inaccessibile. Ed è altrettanto chiaro come l'uccisione di un ragazzo ultrà, per mano di un poliziotto quanto meno precipitoso, sia effettivamente una storia molto pubblica, da tramandare a futura memoria per tutti i suoi significati assurdi. Non è un'idea balorda quella di ricordare con un monumento. È normale e umano che la famiglia, con essa i 25mila firmatari del comitato «Mai più 11 novembre», abbia questo desiderio. Eppure, uno sforzo per superare l'emotività va fatto. Per quanto possa sembrare cinico e insensibile, il sì di società Autostrade è un errore per diverse. La prima è che chi gestisce la rete non può pensare che i suoi itinerari si trasformino progressivamente in una triste via Crucis, con una mesta segnaletica di ricordi penosi ad ogni curva, ad ogni piazzola, ad ogni viadotto. Le vittime dei viaggi sono tantissime. Ogni anno. Ci sono mille madri, mille padri, mille mogli e mille figli che avrebbero il sacro diritto di depositare targhe e monumenti funebri nel punto esatto della propria tragedia. Se passasse questa tradizione, in pochi anni le nostra autostrade si trasformerebbero in un mesto cimitero, peraltro dalla discutibile dignità.
Così, la prima decisione della società di negare la targa aveva una sua logica: dire no al primo per dire no a tutti. Anche se è il no era a Gabriele Sandri, martire e icona del tifo sportivo, ma soprattutto inaccettabile vittima di un malinteso senso dello sport e di un malinteso senso dell'ordine pubblico. La famiglia e gli amici chiedevano di comprendere l'eccezionalità del caso. Ma per quanto scomodo e impopolare sia il ragionamento poi rinnegato dalle Autostrade, dobbiamo chiederci: forse che certe famiglie sterminate dai Tir impazziti, certi stessi autisti vittime di uno sfruttamento disumano, certi operai falciati sul posto di lavoro, forse che questo genere di caduti non vada considerato ugualmente eccezionale e rispettabile? Però è inevitabile: se tutti i parenti e gli amici di tutti i morti in autostrada avessero il permesso di erigere angoli del ricordo, il cantiere perenne delle nostre autostrade diventerebbe uno sterminato luogo di culto vagamente surreale e profano. Altro che memoria e raccoglimento.
Inutile dire che sul caso si erano comunque già catapultati anche il sindaco romano Alemanno e la presidentessa regionale Polverini. Entrambi, facendo a gara nei tempi e nei modi, avevano promesso che avrebbero fatto pressioni sui vertici di Autostrade per ottenere il nulla osta. Dice il sindaco: «Gabriele Sandri non è una vittima della strada: è stato ucciso da un colpo di pistola e questo sconfessa di fatto la motivazione alla base del no. Per Roma e per tutti gli sportivi resta una ferita ancora aperta. Attraverso il ricordo di Gabriele vogliamo lanciare un messaggio forte, affinché simili episodi di violenza non si ripetano mai più».
Ancora una volta, la politica si mostra sensibilissima agli umori e alle richieste del tifo. Ma se tanta partecipazione è sincera, se questo simbolo è davvero così importante, non è neppure giusto confinarlo in un anonimo e remoto Autogrill. Alemanno e la Polverini hanno un'occasione storica. Possono fare molto di più. Prendano in mano la situazione e decidano di dedicare a Gabriele Sandri una via pubblica nel centro di Roma. Se non al centro, lì a fianco. Lo dicono tutti, in campagna elettorale e a Ballarò, che politica è assumersi responsabilità. Appunto.