"Che fai, li cacci?". E Gianfry si libera degli intellettuali

Roma «Che fai? Mi cacci?», disse protervamente Gianfranco Fini rivolto a Berlusconi che ne contestava le eresie. Eppure il presidente della Camera non è poi così «diverso» dal Cavaliere al quale rimproverava quotidianamente che il Pdl fosse «una caserma» nella quale era proibito dissentire. Quando le critiche sono dirette al leader di Futuro e Libertà, Fini non trova di meglio che tornare ai metodi del vecchio Msi.
Ecco perché, alla vigilia della costituente di Fli, le voci dissenzienti sono già state invitate, senza mezzi termini, ad accomodarsi all’uscita. È accaduto ai due «ideologi» del nuovo finismo: Alessandro Campi e Sofia Ventura. Il primo ha osato mettere in discussione il leader e ha già annunciato che non parteciperà all’assemblea milanese. Secondo Campi, la «critica politica a Berlusconi ha lasciato spazio all’invettiva personale, all’isteria moralista».
Sofia Ventura, invece, è andata giù pesante. «La prospettiva della destra moderna e liberale mi sembra un po’ perduta», ha dichiarato a proposito del movimento finiano sostenendo che «l’imprinting è quello di un partitino da Prima Repubblica». La politologa bolognese più volte ha sollecitato Fini a dimettersi da presidente della Camera per non essere surrogato da Casini nel maremagnum del Terzo Polo.
Fini, ovviamente, ha fatto spallucce e ha evitato di replicare direttamente. Ha mandato in avanscoperta il suo Pavolini in sedicesimo. Ovvero Filippo Rossi, direttore di FareFuturo WebMagazine, il sito dei finiani ante-marcia. «È il momento della chiarezza: da che parte si sta, da quella del berlusconismo morente o da quella della Nuova Italia?», ha tuonato il futurista secondo cui in politica «le idee sono molto più importanti di tante elucubrazioni accademiche». Per una chiosa perfetta mancherebbe solo il goebbelsiano «Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola».
Insomma, il concetto è chiaro: gli intellettuali servono per fare contorno al grande statista (italo-monegasco) Fini e non devono metterne in discussione il verbo. Lo ha ribadito il regista delle adunate finiane Italo Bocchino. Le posizioni di Campi e Ventura «sono idee personali». Con Fini «stiamo costruendo un partito, mica un cenacolo di intellettuali».
Il «culturame» serve solo per elaborare manifesti, per fare tappezzeria. Eppure fino a ottobre scorso il «falco» Fabio Granata blandiva gli intellettuali «per declinare un nuovo impegno sociale, culturale e politico». Oggi la musica è cambiata: non servono più anche se Il Secolo, l’house organ finiano, ha nuovamente teso la mano al mondo della cultura. Il clima, però, non è quello del Manifesto degli intellettuali fascisti che poté contare sulle adesioni di Pirandello, Gentile e Marinetti. Si respira aria da anti-Charta, quella promossa dal satrapo cecoslovacco Husak nel 1978 per frenare la sua caduta di popolarità.