Che fatica quel dolce far niente

Non è questione di grafici e percentuali, forse nemmeno di Pil, di import-export e di panieri Istat. È piuttosto un’impressione sgradevole che tutti percepiamo mentre siamo al lavoro, per strada, seduti davanti al televisore a fare zapping. Detto brutalmente: in Italia sul versante del produrre, del fare, e che siano macchine o libri di filosofia non importa, si inala un’aria al cloroformio, si respira odore acre di rassegnata sconfitta. Un retropensiero di ineluttabile decadenza che ammorba anche i volenterosi, quelli che continuano a darsi da fare ma con l’aria di chi va inutilmente al martirio.
Su questa sfiducia si è interrogato Roberto Petrini, giornalista abituato alle inchieste sugli acciacchi del nostro Paese, partendo da una domanda maligna: e se in fondo si trattasse principalmente di una vergognosa forma di pigrizia? Ne è venuto fuori un saggetto agile, L’economia della pigrizia. Inchiesta su un vizio italiano (Laterza, pagg. 133, euro 14). Un pugno di pagine che se ogni tanto scadono nelle scorciatoie facili, nella lezioncina demagogica, mettono però il dito nella piaga, inquadrando con esattezza un bel po’ di guai veri, di circoli viziosi che rischiano di affondare uno Stivalone a galleggiabilità economica ormai limitata.
A partire dall’elenco di alcune «pigrizie» che caratterizzano quasi tutte le società sviluppate ma che da noi sono pandemiche. La pigrizia difensiva dei baby boomers che del nuovo non vogliono o non possono sapere. Quella intellettuale, che affligge tutti gli integralisti ecologici e che ci ha fatto ricusare il nucleare nostrano, convincendoci a comprare energia da vicini che hanno piazzato le centrali ad un metro dal confine. Una forma fobica che blocca l’innovazione tecnologica e si trasforma in una vera e propria «sindrome Amish».
Per non parlare della pigrizia della rendita o della pigrizia negli investimenti che già terrorizzava Einaudi e che si traduce in un bassissimo livello di investimento sul futuro. Fa preferire «la logica della pala» a «quella del bulldozer». Una forma di indolenza e di rifiuto del rischio che alla fin fine ci costringe, come pena di contrappasso immediata, a lavorare moltissimo, proprio in quanto pigri. In quanto amanti della resistenza passiva e del già visto. Lavoriamo per più ore di molti altri partner europei, ma produciamo di meno. Piuttosto di imparare ad usare un nuovo macchinario, investendoci sopra, piazziamo altre «braccia» o «cervelli» continuando a fare il lavoro alla vecchia maniera, oppure cerchiamo di spremere per più ore le «braccia» e i «cervelli» a disposizione. Abbastanza perché gli economisti guardino con le lacrime agli occhi il nostro TFP: il total factor productivity (indicatore atto a misurare progresso tecnologico, innovazioni, efficienza organizzativa, istruzione della forza lavoro). In Italia tra 2001 e 2005 ha contribuito solo al 20 per cento della crescita potenziale del PIL, in Francia al 55, in Germania ha sfiorato il 90.
Quanto alle soluzioni per questa cosmica rassegnazione, non le si può certo chiedere a Petrini, anche se la sua citazione dell’apologo della rana la dice lunga: se l’anfibio viene buttato in una pentola piena d’acqua bollente reagisce d’istinto e salta fuori, se la temperatura sale lentamente finisce bollito. Noi stiamo facendo un bel guazzetto. Ma in fondo, come racconta Petrini, non possono essere i libri a cambiare le cose, l’avviso contro l’indolenza era già nella Bibbia, nel Libro dei proverbi: «Un po’ dormire, un po’ sonnecchiare, un po’ incrociare le braccia per riposare e intanto giunge a te la miseria, come un vagabondo, e l’indigenza, come un mendicante».
Non pare sia citato spesso, eppure siamo un Paese cattolico.