Che fretta i presunti vincitori

Ricontiamo. Questa parola è la fonte del caos sul voto. L’Unione sembra ignorare che il risultato ufficiale delle elezioni non c’è ancora, dimentica che i dati del Viminale sono provvisori e parla - sbagliando - di «riconteggio» dei voti come se si trattasse di una formalità. E invece non lo è perché la differenza rispetto al passato è che stavolta il distacco tra le due coalizioni alla Camera è davvero marginale, appena 25mila voti, pari allo 0,6 per mille dei voti validi. Nonostante i numeri da fotofinish, l’Unione la notte delle elezioni si è autoproclamata vincitrice senza attendere il risultato del conteggio ufficiale. Un fatto incredibile che con il passare dei giorni appare sempre più grave.
Soprattutto alla luce dei dubbi - tutti ovviamente da provare in sede di interpretazione giuridica - che emergono anche sul risultato delle liste collegate all’Unione. Il dibattito che si è acceso in queste ore sul conteggio dei voti di Lega Alleanza Lombarda nel collegio Lombardia 2, non solo potrebbe riaprire la partita e ribaltarla a favore del centrodestra, ma conferma l’imprudenza commessa dall’Unione nel proclamarsi vincitrice in anticipo.
Mentre il conteggio dei voti e la lettura dei verbali è ancora in corso, il centrosinistra pretende che Silvio Berlusconi telefoni a Romano Prodi per dirgli «hai vinto». In assenza del risultato ufficiale non solo si tratta di una pretesa ridicola, ma anche di una condotta politica avventurista e spericolata.
I soloni dell’Unione per sostenere le loro singolari idee sul funzionamento della democrazia, portano come esempio le elezioni presidenziali americane. Bene, sia nel caso della sfida Bush-Gore che in quella Bush-Kerry, si tratta di un esempio completamente sballato. Vediamo perché.
Quando l’8 novembre del 2000 le televisioni annunciano che George W. Bush è il 43° presidente degli Stati Uniti, Al Gore alza la cornetta e si complimenta per la vittoria. Poi si accorge che lo scarto è solo dello 0,5% e che in Florida lo scrutinio è ancora in corso e così, un’ora dopo la prima telefonata, chiama ancora e dice: «Caro George W. non riconosco la tua vittoria». Riparte il conteggio dei voti, Gore si aggiudica l’Oregon e il New Mexico ma Bush è in lieve vantaggio in Florida. Segue una furiosa battaglia legale che arriva alla storica sentenza del 12 dicembre della Corte Suprema che assegna a Bush la Casa Bianca. Per oltre un mese gli Stati Uniti stettero con il fiato sospeso. In quella occasione la stessa sinistra italiana appoggiò i democratici che chiedevano legittimamente il riconteggio. Ma oggi nega lo stesso diritto a un presunto perdente (Berlusconi) che non è di sinistra.
E veniamo al caso Bush-Kerry: la sinistra sostiene che lo sfidante democratico ammise subito la sconfitta e lo stesso deve fare Berlusconi. È un paragone assurdo perché la rimonta di Kerry era statisticamente impossibile: in termini assoluti George W. Bush con 58.5 milioni di voti ha stabilito il primato per il voto popolare, sorpassando persino il numero di voti ottenuti nel 1984 da Ronald Reagan che si aggiudicò 54.5 milioni di preferenze. Bush era semplicemente imbattibile.
Come si vede, ricorrere all’esempio americano è solo propaganda, un modo per non arrivare al nocciolo del problema: il conteggio ufficiale del voto italiano e non in Florida o in Ohio.
Ridurre le procedure democratiche a uno squillo di telefono è avvilente. Sostenere che le schede contestate sono pochissime e quindi non ci saranno sorprese è poco rispettoso della forma e della sostanza di uno Stato di diritto. Proprio il caso delle schede contestate è istruttivo: il ministero dell’Interno l’11 aprile comunica che tra Camera e Senato sono circa 80mila, ma quando nelle Corti d’Appello comincia il conteggio ufficiale si scopre che sono pochissime. E infatti il Viminale il 14 aprile comunica che c’è stato un errore di trascrizione (si sono sommate le schede bianche e quelle nulle) e le schede contestate sono poco più di 5mila. E se c’è un errore del genere sulle schede contestate perché non può essercene uno altrettanto macroscopico sui voti di lista?
Questa è la dimostrazione che i dati del Viminale non sono oro colato, sono il frutto di comunicazioni che avvengono nella notte via fax e telefono, sono tendenzialmente precisi ma non perfetti e l’errore incombe. È per questo che la legge non considera quei numeri ufficiali ma provvisori. È per questo che l’Unione farebbe bene a tenere a freno chi urla al golpe e invita a scendere in strada per la vigilanza democratica.
Da chi invoca pomposamente la «maestà della legge» ci si attende che rispetti quella stessa legge che stabilisce regole chiare per le elezioni, prevede il conteggio ufficiale del risultato del voto e non l’autoproclamazione del vincitore in piazza.