CHE GUEVARA Il mitico gadget del capitalismo

A quarant’anni dalla morte, quella del rivoluzionario sudamericano è ormai un’icona svuotata di senso Due libri raccontano cosa abbia significato per una generazione

«Per quanto Guevara fosse innamorato della propria morte, amava molto di più quella degli altri» scrive Alvaro Vargas Llosa nel suo pamphlet Il mito Che Guevara e il futuro della libertà (Lindau, pagg. 105, euro 12). È un’affermazione a effetto, ma è anche un’affermazione ambigua e nella sua essenza falsa. Nelle guerre e nelle rivoluzioni, si sa, ci si ammazza e non c’è bisogno di scomodare James Hillman per sapere quanto l’istinto a uccidere faccia parte della natura umana. Vargas Llosa è un pensatore liberale e quindi realista, non un socialista utopico e quindi buonista: ridurre la figura del Che a quella di sadico boia, più che diminuire l’oggetto studiato diminuisce il soggetto che lo studia.
A quarant’anni dalla scomparsa, Guevara è un’icona mediatica svuotata di senso e ridotta a segno, un gadget del capitalismo più che un esempio del comunismo. Pessimo uomo di Stato, il suo essere rivoluzionario puro ne fece un guerrigliero mediocre: disconosceva i rapporti di forza, sottovalutava la storia e i costumi, gli usi e le tradizioni, credeva che bastasse accendere un «fuoco» insurrezionale perché scoppiasse un «incendio» vittorioso... Sotto questo profilo, il libretto di Vargas Llosa non aggiunge nulla di nuovo, e quanto al «mito» che vorrebbe smitizzare resta inevaso il suo perché. Basta dire che morì giovane e bello, le mani sporche di sangue, ma non di soldi o di potere? No, non basta.
Una risposta, inconsapevole, tuttavia l’autore la dà, nella seconda e più lunga parte del suo libro, quella intitolata «Il futuro della libertà», quando cerca di mettere a fuoco le ragioni della costante instabilità politica dell’America latina. I Paesi di questo continente, osserva, si trasformano regolarmente in democrazie deboli o fittizie o in regimi autoritari - socialisti, filocapitalisti, nazionalpopulisti - senza perciò poter mai costruire le indispensabili premesse dello sviluppo socio-economico: libertà individuali, legalità, iniziativa economica. È questa instabilità a favorire il nascere di figure alla Guevara, e però nessuno dei vari leader rivoluzionari a lui coevi nello spazio e nel tempo è mai riuscito a eguagliarla. C’è una sua unicità, dunque, sintetizzabile nell’aver incarnato un qualcosa fra il mistico e l’avventuriero, nell’aver cioè trovato in una morte che sapeva di suicidio rituale le ragioni, appunto, per essere «un avventuriero di quelli che rischiano la pelle per dimostrare la loro verità»; nell’essersene uscito, a trentanove anni, da una rivoluzione nella quale per lui non c’era più posto.
Per capire che cosa il Che abbia significato per una generazione, fatta la tara degli errori e delle illusioni che la caratterizzarono, e possa ancora significare, spogliata delle sue connotazioni squisitamente politiche, più che il pamphlet di Vargas Llosa forse vale la pena leggere l’autobiografico Adiòs di Toni Capuozzo (Mondadori, pagg. 181, euro 16,50). Per chi non lo sapesse, Capuozzo è quel friulano dal volto ispido e mal rasato, lo sguardo un po’ acquoso sopra delle occhiaie sempre più accentuate, che racconta il mondo come inviato per Canale 5.
Poco o nulla telegenico, una voce monocorde per un fisico non particolarmente attraente, più da contadino che da anchorman, negli anni egli ha fatto di quelli che erano televisivamente dei difetti, una sorta di marchio di fabbrica trasformandoli in pregi: è uno dei pochi che non parli a macchinetta, non reciti davanti allo schermo, non si trucchi e insomma non ci inganni. Oggi è vicedirettore, cura un programma che si chiama Terra!, ha vinto tutti i premi giornalistici possibili e immaginabili.
Al video Capuozzo è arrivato relativamente tardi, così come del resto alla professione di giornalista: classe 1948, il suo primo articolo lo scrisse che era intorno ai trent’anni, e questo in un’epoca, gli anni Settanta, dove si cominciava presto e le occasioni di scrittura non mancavano. Ma da ragazzo i suoi interessi erano altrove, viaggi e vagabondaggi è il caso di dire, una laurea in sociologia a Trento, che allora in fondo non si negava a nessuno, una passione per la politica e le ideologie senza che questo significasse la militanza attiva in un partito, in un gruppuscolo, in una sigla.
Negli anni Ottanta Capuozzo fu l’inviato di punta di un quotidiano che si chiamava Reporter, era diretto da Enrico Deaglio, aveva Adriano Sofri come suggeritore culturale, Giuliano Ferrara come suggeritore politico, il Partito socialista, nella figura di Claudio Martelli, come garante e ispiratore.
In sostanza, tutta una generazione intellettuale di sinistra nel decennio precedente critica nei confronti del Pci e della sua strategia di compromesso storico, spesso in bilico fra contestazione, libertarismo e lotta armata, si ritrovò nel decennio successivo interessata a quello che il socialismo di Bettino Craxi sembrava dovesse allora offrire: un’alternativa politica, una modernizzazione del Paese, un rimescolamento delle famiglie di pensiero.
Modellato sul francese Libération, Reporter era un bel giornale, almeno per quella che era allora ed è tuttora la mia idea di giornalismo: scrivere bene, raccontare storie, sparigliare nel campo delle idee, evitare la noia e la retorica. Poiché a me piaceva, era prevedibile che non sarebbe durato: con gli anni mi sono accorto di avere gusti da minoranza un po’ in tutto, da cosa mangiare a dove andare in vacanza, e ormai me ne sono fatto una ragione.
Così dopo un po’ Reporter chiuse, ma fu in quell’arco di tempo che Capuozzo diede il meglio di sé, riassunto in un sottotitolo ironico che lo stesso Sofri diede a un suo reportage non a caso intitolato, icasticamente, Capuozzo in Amazzonia: «Meglio un Capuozzo vivo che un Hemingway morto». Erano, i suoi, articoli dove la notizia era ininfluente, ma la storia coinvolgente, nomi e luoghi come passati di moda, usciti dall’attualità e che proprio per questo e grazie a lui avevano di nuovo diritto di cittadinanza, l’esaltazione della scrittura come occhio magico e memoria, l’articolo che non si accontenta della pura enunciazione del fatto, della cronaca, ma è costruito per durare, avere una sua dignità di stile, rappresentare una certa idea del mondo e delle cose.
Anomalo per età e per essere entrato come di straforo nella professione, Capuozzo ne rimase a lungo un outsider: bocciato due volte all’esame di giornalista, chiuso Reporter, arrivò infine a Epoca nel momento peggiore di questa testata storica condannata a morire, fu licenziato o si dimise, insomma si trovò a spasso, galleggiò qua e là finché qualcuno si decise a ripescarlo in un campo, quello televisivo, lontanissimo rispetto ai suoi gusti. Strano ma vero, funzionò e, come si dice, nel tempo la storia è nota.
Adìos, che ha per sottotitolo, un po’ enfatico «Il mio viaggio attraverso i sogni perduti di una generazione», è insomma il Capuozzo che sarebbe potuto essere e non fu, il reporter-scrittore di una stagione in fondo breve, una manciata di anni, la fine dei Settanta, la prima metà degli Ottanta, due testate, Lotta continua e Reporter, marginali, un campo d’interesse, l’America latina, che allora sembrava l’ombelico rivoluzionario del mondo e un quarto di secolo dopo è un luogo geografico dimenticato, un esperimento politico archiviato.
Come molti della sua età e della sua parte, Capuozzo andò a cercare all’estero l’illusione di un’avventura che gli sembrava negata in patria. Il Sud America gli offriva un terreno d’azione dove apparentemente il bene e il male risultavano distinti e distinguibili e stare con i più deboli e i più umili un esercizio pratico e teorico semplice e immediato. In realtà, le cose non stavano così, e il trentenne aspirante giornalista in mancanza di meglio lo imparò a suo spese: arrivò da simpatizzante della giusta causa e ripartì da corrispondente di guerra consapevole che il giusto fine non è sufficiente a esorcizzare un pessimo uso del mezzo atto a raggiungerlo, e che, insomma, la «morale» rivoluzionaria può essere altrettanto se non più barbara di quella reazionaria...
In Adiòs un capitolo si intitola «I diciotto anni del Che», e venne scritto nel 1985, a diciott’anni, appunto, dalla morte... Scriveva Capuozzo che nel messaggio di addio di Guevara c’era «la metafora di un sogno allora comune: abbandonare i conformismi, il posto in banca e il destino segnato, vivere con verità le proprie idee». A commemorarlo, notava, «ci sarebbe voluto Wim Wenders, non Pecchioli, come avvenne». E ancora: «In anni poco propensi a perdonare i fallimenti, almeno il Che giramondo e il Che sconfitto de La Higuera può non essere ingombrante, troppo serio o solo troppo tragico. C’è qualcosa di ciascuno in don Chisciotte, ma anche in Sancho Panza. L’uomo nuovo, alla fine, si è rivelato quello di sempre».
Costruito come una sorta di diario incrociato di due esperienze generazionali diverse, una quella dell’autore, che trova nell’America latina le sue ragioni di scrittore, l’altra di un coetaneo giornalista, che seppellisce la propria vocazione e la propria vita in nome della rivoluzione, Adìos è un bel libro venato di un’amara nostalgia, ritratto controluce di un’epoca e di un modo d’essere, quando si pensava che la giovinezza dovesse durare in eterno e non ci si sognava di mettere il proprio dio nella carriera. Il libro di uno scrittore poco prolifico a cui la televisione ha dato molto, ma forse ha tolto troppo.