Che incanto i fulmini di Giove tra voci virtuose e marionette

In «Filemone e Bauci» l’arte dei Colla sposa la musica di Haydn

da Siena

Ma sapete che cosa ci è successo? Eravamo in tanti a Siena, in teatro, d'ogni età, ceto e cultura, e sapete che cosa guardavamo e ascoltavamo? Be’, questa storia: a Giove scappa un fulmine, o magari non gli importa, in una tempesta, e ammazza due giovani che si volevano bene. Poi, pellegrinando in incognito, va a finire, con Mercurio, nella casa modesta dei genitori di lui, che sono desolati, e desiderano ormai morire, ma hanno per l’ospite tanto rispetto e tanta classe nell’accoglierlo, che quando sa chi erano i due li risuscita. E chi ce la raccontava, con parole un po’ auliche di ispirata fiducia in Dio, scavalcando il curriculum non virtuosissimo di Giove, e con una sequenza di immagini di devozione familiare o di tenerezza spiritosa, o di trionfo d’incantesimi teatrali, questa Filemone e Bauci? Una compagnia di marionette. E c’era musica, ma di più di due secoli fa, linda, senza ombre, e un gruppo di musicisti classici con due soprani e due tenori. Roba di adesso? No. Problematiche d’oggi, drammaturgia intellettuale o ribelle? No. Sapete come abbiamo reagito? Beandoci, commuovendoci. Ci ha toccato, quasi turbato. Come mai? Prima di tutto, la musica era di Haydn, un grande del Settecento classico viennese, che anche nelle ariette e negli insieme più semplici ha il segno della piena armonia, della freschezza dell’universo che nasce, e con tanta fragranza da perforare i secoli e arrivare nuovo fin da noi. Poi, i marionettisti erano la Compagnia Carlo Colla & Figli, un gruppo che pone la sua arte fra artigianato, fantasia e fede nella vita più forte della storia, e nelle marionette riesce a dare la verità d’ogni gesto e movimento non perché imiti gli umani, ma perché li ritrae nelle loro debolezze con sapiente affetto. E Carlo Vincenzo Allemando canta come di solito invano sogniamo, e Magnus Staveland è suo degno compagno, Marivi Blasco svetta e Gemma Bertagnolli è una seduttrice nei regni della bellezza del canto. Fabio Biondi fa suonare coerente, spazioso, virtuoso, come Haydn avrebbe invano voluto alla corte degli Esterhazy.
E poi perché l’alleanza fra la bravura e la bellezza e l’innocenza quando rarissimamente si manifesta prima ci meraviglia e poi ci insinua misteriose ragioni in cui inaspettatamente ci riconosciamo.