"Che liberazione mostrare rughe e occhiaie"

L’attrice rinuncia al glamour e interpreta una donna uscita di prigione
in "Ti amerò sempre" di Claudel Intanto il 9 gennaio sarà nelle sale
con "Un matrimonio all’inglese", tratto da un’opera di Noel Coward

ParigiSullo schermo, Kristin Scott Thomas ha commosso Hugh Grant, sedotto Ralph Fiennes, affascinato Robert Redford... La più parigina delle attrici britanniche torna alle origini nel secondo film, dopo quello di Alfred Hitchcock, ispirato alla commedia Easy Virtue di Noel Coward: Un matrimonio all’inglese di Stephen Elliott, in uscita in Italia il 9 gennaio. Nel film è la suocera molto british della molto yankee Jessica Biel.
Sempre sullo schermo, Kristin Scott Thomas rinuncia invece al consueto glamour in Ti amerò sempre (titolo originale Il y a longtemps que je t'aime, scritto e diretto dal romanziere Philippe Claudel, nelle nostre sale il 30 gennaio). Qui è Juliette, scarcerata dopo quindici anni. Per quest’interpretazione ha avuto il premio dell’Efa.
E nella realtà? «Kristin non vuole domande personali», dice l’addetto stampa. Da poco separata dal marito, François Olivenne, noto specialista della fertilità col quale ha avuto tre figli, la star si vuole segreta quanto il personaggio di Juliette...
Nell'appartamento dell’Hôtel Lutétia, tutta in blu - calze incluse - sotto la giacca di velluto verde, Kristin Scott Thomas sfila i polacchini e s’accoccola sul divano. Altro che la fredda o la romantica dei suoi grandi personaggi! È sbarazzina, arguta, quasi civettuola.

Che cosa l’ha presa nella sceneggiatura di Philippe Claudel?

«La scrittura, così sottile. Accade pochissimo ai nostri tempi: il film racconta il rapporto fra due sorelle che cercano di ritrovarsi. Juliette è uscita di prigione... Il personaggio m’ha spaventata.

Spaventata?

«Figlio, morte, prigione, isolamento... Ho affrontato le mie peggiori paure».

Di Juliette che cosa le piace?
«Arduo dirlo: lei non è più nulla, è un’assente, solo il suo corpo vive».

Dunque?
«Volevo trovare una scintilla di speranza che la salvasse. Recito un personaggio chiuso che, aprendosi, possa ricevere l’amore altrui e amare a sua volta».

Lei la condanna?
«Non lo so. Ha agito come per un autosacrificio. Juliette non si sente colpevole, è annientata».

Come si è messa nei suoi panni?

«Volevo incontrare delle detenute, ma mi sarei commossa. Invece Juliette non sente più nulla. Il film non parla di prigione, ma del dopo».

Né freddezza, né pathos...

«Non volevo farne un’autistica o una depressa. Per far passare l’emozione tragica della sua storia dovevo trovare la misura giusta, conservare un po’ di mistero».

Philippe Claudel la consigliava?

«All’inizio gli ho chiesto di non farlo. Avevo in testa il mio modo di recitare, che era fragile, e non volevo fabbricarne uno o ricorrere ad artifici».

E lui?
«S’è adattato».

Il film non rende omaggio alla sua bellezza. Come l’ha vissuto?
«Benissimo. Claudel m’ha detto: fisicamente il tuo personaggio non sarà gran che. Evidente! In dieci minuti, la mattina, ero pronta! Splendido».

Splendido?

«Non dover farsi bella è liberatorio. Sì, mi costava guardarmi, ma abbiamo fatto bene. Fra occhiaie e rughe, la pelle nuda migliora».

Continui.
«Una donna naturale, insolita e intima, tocca di più. E basta con le frasi fatte, tipo per la sua età è ancora bella».

Il tempo che passa l’angoscia?

«Mi preoccupa, ma non più di quando avevo trent’anni».

Quale film l’ha più segnata?
«Girare Il paziente inglese di Anthony Minghella nel deserto tunisino è stato magico. Ma sono più fiera di Un’estate indimenticabile di Lucian Pintilie».

Il maggior regista con cui ha lavorato?
«Al cinema? Robert Altman e Sidney Pollack».

E a teatro?

«Ian Rickson. Con lui ho adorato fare Il gabbiano a New York».

Che a Londra le è valso il premio Laurence Olivier. Che cosa le dà il teatro?
«Sulla scena ho le redini e ritrovo lo sconfinato piacere di recitare con gli altri. Nel cinema è raro: di mezzo c’è sempre un terzo, la macchina da presa».

Quindi preferisce il teatro.

«Il contatto col pubblico è magnifico. E poi la scrittura per il teatro è più ricca di quella per il cinema».

Quali autori ha recitato?

«Racine, Pirandello, due volte Cechov. Opere e personaggi che hanno superato le epoche».

Tornando al cinema, lei recita anche in «Un matrimonio all’inglese». Come sceglie i copioni?

«Mi volete per una commedia? Mandatemi la sceneggiatura quando giro un dramma. E viceversa».

Tutto qui?
«No. Viaggiare non mi piace. Ho fatto Un matrimonio all’inglese perché, girando in Inghilterra, il fine settimana potevo rientrare a Parigi».

Le manca la famiglia?

«Ho orrore d’esser sola. Felicità è svegliarsi presto, in campagna, con una tazza di tè, come in Inghilterra, e vagare serena in giardino. Sogno di girare a Parigi, dormendo a casa e vedendo i figli».

Si sente una buona madre?

«Non lo so. Ogni madre ha un senso di colpa, specie se lavora».