Che libero mercato è se non entra in libreria?

Torniamo sulla questione della libreria Le Monnier di Firenze, tra le più antiche e prestigiose della città, che chiude per lasciare il posto a un negozio di moda o di pizza al taglio per turisti. La scorsa settimana avevamo scritto che se una libreria non vende, è giusto che chiuda. Non l’avessimo mai fatto. Agli attenti lettori di queste pagine nulla sfugge e sono arrivate lettere di dissenso e protesta. Il signor Antonio, per citare uno dei più caustici, ci accusa di «sibilare l’ormai frusto e riadattato “non puoi farci nulla, è il mercato bellezza...”. Oh bella, e allora lasciamo al mercato anche la musica classica e la lirica, il teatro, il verde pubblico, gli orti botanici, i monumenti, l’archeologia, i musei e via elencando. Le entrate non pareggiano i costi: via, chiudiamo». No, caro signor Antonio, mai mi sognerei di dire una cosa del genere. Anzi, le dico proprio il contrario: che la cultura va sovvenzionata, aiutata, sponsorizzata e sostenuta con tutti gli strumenti possibili. Nei casi che lei cita, se le entrate non pareggiano i costi è giusto, anzi doveroso, che lo Stato - o chi per lui - intervenga. Paesi più civili e lungimiranti di noi - per esempio la Francia - lo fanno e cercano di mettere barriere contro lo strapotere del mercato. Soprattutto quello americano. Per esempio hanno preso misure drastiche per limitare l’invasione dei film hollywoodiani: i risultati sono stati ugualmente disastrosi, poiché la maggior parte dei film visti nelle sale parigine sono made in Usa. Un fallimento, ma almeno ci provano. Da noi neppure questo.
Il mio discorso sulla libreria Le Monnier è diverso, perché si tratta di una libreria privata e quindi di un esercizio commerciale che agisce e deve agire secondo le regole del libero mercato. Quindi, se non vende abbastanza per rimanere aperto, è giusto che chiuda. L’ho scritto, e lo ripeto senza rimorsi. Mi spiace, anche io preferirei che al posto di una libreria non venisse l’ennesimo Mc Donald’s, ma se accettiamo il modello di vita occidentale fondato sul libero mercato, dobbiamo tenerci anche le sue storture. E questa è certamente una delle più vistose.
Che farebbe lei, signor Antonio, se fosse il sindaco di Firenze, o di qualsiasi altra città storica d’Italia? È vero, ci sarebbero strumenti da usare per attenuare le storture del libero mercato, ma sarebbe necessario che i nostri amministratori pubblici avessero più sensibilità e meno timori verso i bottegai che governano le città. Si potrebbe far pagare un ticket d’ingresso nei centri storici e usare i proventi per creare dei fondi a tutela del patrimonio storico. Ma ogni volta che qualcuno lo propone è una levata di scudi di proteste. Si potrebbero defiscalizzare le attività «storiche» e culturali. Ma non sono iniziative che pagano in termini elettorali e quindi si arenano facilmente. Si potrebbero copiare i modelli tipo il National Trust inglese. Tante cose si potrebbero fare... ma bisognerebbe essere un po’ meno miopi. Invece sono altre le regole che comandano. È il progresso bellezza, e non lo posso certo fermare io. Anche se non mi piace per niente e non credo certo che viviamo nel migliore dei mondi possibili.
caterina.soffici@ilgiornale.it