Che la luce di san Gomorra non metta in ombra i semplici fedeli

C’è solo una cosa che, televisivamente, può battere in termini di ascolti il trash dei reality show & programmi affini, da La Talpa ad Amici: ciò che sta diametralmente opposto. Essendo il trash qualcosa di dis-umano, può essere battuto solo da qualcosa di sovra-umano. Per cancellare la spazzatura occorre il sublime. Per uccidere il mostro serve un santo. Saviano, in questo caso, è perfetto. Ecco perché i suoi one-man-show fanno crollare tutti i record.
La santificazione in diretta televisiva è qualcosa di fantastico. Accadde qualche mese fa quando Saviano si materializzò a Matrix davanti a un Enrico Mentana in choc adrenalinico, si è ripetuto mercoledì a Che tempo che fa davanti a un Fabio Fazio in trance estatica. È una sorta di catarsi mediatica collettiva. Una confessione di massa davanti a un grande sacerdote televisivo. Qualcosa che fa bene alle singole coscienze e fa bene alla coscienza nazionale. Tutti alla fine si sentono più buoni. Anche noi. Che infatti, come tutti, siamo pronti a gridare «Saviano santo subito».
Ma, portando in processione il santo, facciamo attenzione a non dimenticare i fedeli devoti. È giusto venerare un exemplum eccezionale. Ma è doveroso riconoscere anche la «normalità» dei comportamenti virtuosi. Ecco: il caso Saviano - sia la presenza televisiva che esclude chiunque altro, sia l’assenza nel libro delle citazioni del lavoro degli altri - mette a nudo uno squilibrio mediatico che rischia di intaccare il valore - indiscusso - dell’operazione civile di Gomorra. Saviano è il più bravo, è il santo; ma non è il solo, ci sono molti fedeli.
Saviano ha dichiarato guerra alla mafia con un gesto coraggioso e plateale. Ma, in modi meno eclatanti, lo hanno fatto anche altri. Ricordiamo anche loro. Tutti dicono che ci vorrebbero cento, mille, un milione di Saviano. Non ce n’è un milione, neanche mille, forse neppure cento. Ma una decina sì. Magari senza scorte e vite blindate, magari senza auto blu e senza riflettori. Però ci sono.
Il santo, insegnano la teologia e la storia dell’arte, è sempre circonfuso da un’aureola, un cerchio di luce che ne avvolge la figura. Che lo fa brillare. Ma che mette in ombra chi gli sta vicino.
Per evitare questo effetto «speciale» - in televisione particolarmente fastidioso - basterebbe ricordarsi che i santi si fanno in cielo. E che sulla terra siamo tutti uomini. La maggior parte peccatori, qualcuno - grazie a Dio - scrittore.