Ma che magia in quelle «pizze» di 6 chilometri

di Stefano Lorenzetto

A Salvatore Di Vita, nel frattempo divenuto regista, il vecchio Alfredo, proiezionista di Nuovo Cinema Paradiso, prima di morire lasciò come ricordo una «pizza» con tutti gli spezzoni dei baci che aveva tagliato dalle pellicole per ordine di don Adelfio. Ma oggi con questo diavolo di sistema digitale, capace di trasmettere i film via satellite direttamente nelle sale, che cosa resterà in eredità a quelli come il piccolo Totò e come me? Ai preistorici garzoni di cabina, intendo. Agli schiavi dei 35 millimetri. Ai cavalieri della croce di Malta, così si chiama, per la sua forma, il rocchetto dentato che trascina i 24 fotogrammi al secondo. Agli accaldati fornaretti delle macchine Fedi, Prevost e Cinemeccanica. Ai virtuosi dei carboni rivestiti in rame che andavano mantenuti sempre alla giusta distanza, che bruciavano fino a estinguersi, che formavano l’arco voltaico accecante e guai se si toccavano: alone ocra sullo schermo, volti di Humphrey Bogart e Lauren Bacall accartocciati, salva di «buuu» in sala, disonore e insulti.
Che cosa metteremo da parte, d’ora in avanti, nel cassetto della memoria? Una bolletta di Eutelsat o di Telecom? Una parabola arrugginita divelta dal tetto? Che tristezza. Io me lo ricordo bene il cinema vero, quello di una volta, uguale al cinema del terzo millennio solo per le poltroncine (adesso più comode, adesso imbottite anziché di legno, adesso col portabicchiere in cui infilare brente di popcorn puzzolenti) e per lo schermo bianco, che gli spettatori vedono come un lenzuolone dalla trama fitta e invece è tutto traforato come i sedili in pelle della Porsche e perciò lascia passare la luce attraverso i forellini, cosicché se vai nel retropalco vieni inondato dai volti cangianti e riflessi specularmente dei tuoi attori preferiti.
Avrò avuto tre o quattro anni più del Totò di Nuovo Cinema Paradiso quando entrai nella cabina di proiezione dell’Aurora. Terza media, credo. Il mio primo lavoro retribuito, un modo per non dipendere dalla famiglia durante gli studi. Poi sarebbe venuto l’Alcione. Una volta persino il Filarmonico, la sala cittadina più elegante, perché s’era ammalato il proiezionista titolare: mettere le mani su 2001: Odissea nello spazio nello splendore del Todd-Ao 70 millimetri, colonna sonora stereofonica a sei piste magnetiche, mai più visto nulla di simile in vita mia.
Ma quale digitale! Ma quale satellite! Allora un film era qualcosa di concreto, di palpabile. Arrivava in rulli: sei, otto, dieci, anche di più. Si tagliava. S’incollava con una passata d’acetone, usando lo stesso pennellino usato dalle donne per smaltarsi di rosso le unghie. Si doveva stare bene attenti a congiungere le scene in modo che fosse rispettata la dimensione del fotogramma, altrimenti sullo schermo si sarebbe materializzato il micidiale «fuori quadro», cioè una figura tagliata a metà da un’interlinea, con le gambe al posto della testa e viceversa, nel qual caso altra salva di «buuu» in sala, altro disonore, altri insulti. Però che soddisfazione guardarsi controluce in anteprima le scene incriminate, quelle che, semmai fossero passate indenni attraverso le forbici della commissione ministeriale di censura, sarebbero state oscurate in sala a insindacabile giudizio del parroco, sempre pronto a coprire in extremis la bocca di proiezione col suo saturno, il cappello di don Camillo, per capirci, quello con la tesa larga che ricorda uno degli anelli dell’omonimo pianeta.
Più che il peccato, di mortale la pellicola aveva il nitrato di cellulosa, altamente infiammabile. Se prendeva fuoco, l’ultima cosa da fare era spegnerla con l’acqua: esplosione assicurata. Ne sa qualcosa l’Alfredo interpretato da Philippe Noiret, che a causa di un incendio in cabina rimane cieco, anche se poi il regista Giuseppe Tornatore gli fa dire: «Ora che ho perso la vista ci vedo di più».
Per noi proiezionisti della vecchia guardia c’era sempre in agguato l’incubo del kolossal, tipo La Bibbia, tre ore scarse, o Via col vento, 238 minuti esatti, cioè 6 chilometri abbondanti di celluloide che, come racconto nel libro Cuor di veneto, scorrevano fra i polpastrelli di pollice e indice fino a tagliarteli il venerdì pomeriggio, quando il corriere ti recapitava il film e tu dovevi rimontarlo e «passarlo» per scoprire al tatto le giunte prossime a scollarsi, e serpeggiavano sul pavimento come un mostro indomabile fino a riempire la cabina la domenica notte, quando tentavi di smontare le pizze al volo durante l’ultima proiezione.
Di quel cinema non resta più nulla. Neanche il cortometraggio, andato perduto chissà quando e chissà come, che mi ero costruito non con i baci tagliati, ché a eliminare quelli aveva già provveduto il Centro cinematografico diocesano, bensì con i loghi animati delle case di produzione. Il ruggente leone della Metro Goldwin Mayer incorniciato nel fiocco di pellicola recante il motto «Ars gratia artis». La Torch Lady della Columbia. La vetta incantata della Paramount. (A proposito: raffigurerà il Ben Lomond Peak dello Utah, la Cordillera Blanca del Perù o il monte Hermon della Palestina che qualche esegeta indica al posto del Tabor come luogo della trasfigurazione di Cristo?). Il mister muscolo a torso nudo della Rank che suonava il gong di rame martellato davanti a una tenda rossa. Lo scudo col fulmine stilizzato della Rko Radio Pictures e quello di solida classicità romana della Titanus di Goffredo Lombardo. Brandelli di pellicola sottratti al macero, rigati da migliaia di passaggi nel proiettore. Ma che, come le stelle brulicanti in cielo nei titoli di testa della Lux Film, erano un presagio di quella grande magia che fu la cinematografia.
Tutto finito. Nell’era del digitale e del satellite ogni cosa ha da essere levigata, standardizzata, perfetta. Senz’anima perché senza difetti.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it