Che nessuno invochi il colpo di spugna

Cesare Battisti, l’indegno omonimo, è stato arrestato a Copacabana. Quest’epilogo - severo epilogo è - d’una lunga e tortuosa fuga dalla giustizia, si addice a chi, come lui, è stato ed è protagonista della sinistra di sangue e di caviale. Feroce e mondano, spietato e pensoso, l’ex capo dei proletari armati per il comunismo non poteva finire il suo itinerario meglio che lì, dove il carnevale si associa alla tragedia. Aveva ancora degli amici che foraggiavano la sua latitanza e donne che ammiravano la sua baldanza d’antagonista.
Finalmente dovrebbe pagare, una buona volta, per le sue imprese di pistolero, per quegli omicidi di quasi trent’anni or sono che gli sono valsi due ergastoli. Vedremo in qual modo le pratiche di estradizione si svilupperanno e quando - tramite Francia - sarà possibile riavere in Italia, perché sconti la pena, il condannato itinerante. Visti i precedenti possiamo temere che questo non avverrà troppo presto.
Comunque sarà sempre troppo tardi, per vari motivi. Il primo è che la pena ha un inequivocabile significato se viene inflitta con ragionevole sollecitudine e se con certezza viene espiata. A distanza di anni, di tanti anni, la spada della giustizia rischia di apparire lenta e vendicativa insieme. O di colpire un uomo diverso dall’assassino che fu. È lo stesso angoscioso dilemma che si è posto, anche nella mente di molti che non erano disposti a concedere un’innocenza sulla parola, per il caso di Adriano Sofri. Quest’archeologia giudiziaria suscita dubbi. Infatti, tra consensi plebiscitari, Sofri era diventato un recluso virtuale, più libero e autorevole nei movimenti e nella possibilità di esprimersi della maggior parte dei liberi.
La Francia di Mitterrand, che esibì come motivo di orgoglio il dare asilo ai fuggiaschi cui le giustizie nazionali imputavano crimini tremendi, ha avuto una grande responsabilità nel determinare la procedura - che non procedeva - contro Cesare Battisti. Ma le autorità d’Oltralpe con Mitterrand e dopo Mitterrand, non avrebbero potuto usare e abusare di una discrezionalità così estesa e pelosa se a Battisti fosse mancata la copertura ideologica e culturale della gauche, riverberata in Italia e altrove a opera di una internazionale della clemenza: da elargire, la clemenza, in modo per niente imparziale privilegiando i terroristi e gli esperti della P 38 che si prendessero la briga di rivendicare, per i loro misfatti, nobili e alte motivazioni sociali. Se alla socialità si aggiungeva la letteratura, il reo era praticamente in una botte di ferro.
A quanto pare per Cesare Battisti la botte adesso fa acqua. Lo si vuole in un carcere italiano. Quando vi entrasse entrerebbero in azione, non dubitatene, i meccanismi infimi e potenti del «roba vecchia, passiamoci sopra la spugna», del «fummo tutti colpevoli negli anni di piombo», del «un compagno che sbagliava ma in buona fede», del «un talento così non può essere messo in cella». Vedremo. E senza soffrire di pulsioni forcaiole vorremmo che in galera Battisti ci andasse almeno per un po’. Sarebbe un esempio, e un conforto per le famiglie delle vittime.
Mario Cervi