Ma che noia la messa

«Perché le comunità valorizzino sempre di più la stampa di ispirazione cristiana e per il quotidiano Avvenire, perché possa sempre meglio interpretare gli avvenimenti alla luce del Vangelo ed essere maggiormente diffuso. Preghiamo». Proprio così: nelle chiese della diocesi di Milano, la «Preghiera dei fedeli» sconfina nei consigli per gli acquisti. Uno era andato alla Messa della domenica per ritrovare il senso dell’esistenza smarrito nella frenesia quotidiana e, invece, si trova a implorare «Vieni, Signore Gesù» per aumentare le vendite di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana a cui provvede già con l’otto per mille della sua dichiarazione dei redditi.
Ma questo è solo un dettaglio, c’è ben altro. A volte le «Preghiere dei fedeli» pullulano di intenzioni politicamente corrette ispirate alla bandiera della pace più che al Vangelo. Tanto che la persona comune scampata alle ubriacature ideologiche di questi decenni, quando le sente, pensa di aver sbagliato porta e di essere entrata in una sezione della Cgil. Non a caso, certo clero e certi fedeli sostituiscono la parola Messa con assemblea.
Nulla di strano, dunque, se qualche volta va forte l’impegno sociale a scapito della testimonianza di Gesù Cristo. Domenica 14 gennaio si è pregato «per la nostra società, perché si converta alla solidarietà e sia sempre attenta ai membri più deboli», come si farebbe in un qualsiasi patronato d’assistenza. Giovedì 18 gennaio la sensibilità per il sociale è divenuta mistica fonte d’unione tra quelle che molti chiamano «diverse denominazioni cristiane» e quindi si è pregato «perché nella solidarietà con chi è più sofferente, con chi è debole, con chi è piccolo ritrovino la via dell’unità». Una via terrena, naturalmente, che faccia lo slalom fra principi troppo ingombranti. Una via larga su cui possa viaggiare comodamente qualsiasi gioiosa macchina di pace. Del resto anche l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, nella celebre omelia (26 pagine) pronunciata per la festa di Sant’Ambrogio del 2004, pronunciò sessanta volte la parola solidarietà e mai Gesù Cristo.
Ma questo pensare più alla solidarietà, più alle «cose terrene» che a quelle del cielo, è da tempo piuttosto diffuso in molte diocesi. Il 14 gennaio La domenica, sussidio per la Messa distribuito in tutta Italia, proponeva la seguente invocazione: «Le famiglie dei migranti siano aiutate nel loro inserimento nel nostro Paese; non hanno bisogno solo del vino che disseta e del pane che sfama, ma anche dell’olio della speranza nel domani. Preghiamo». Per carità: giustissimo avere a cuore le sorti degli immigrati e dei più deboli, è un preciso dovere per ogni cristiano. Però si presume che chi entri in una chiesa sia desideroso anche e soprattutto di «parole di vita eterna», di concetti che altrove non sente pronunciare: e invece sempre più spesso sente riecheggiare discorsi uguali a quelli dei politici o dei sociologi.
Speriamo di sbagliarci, ma temiamo che forse qualche predicatore abbia paura che, parlando più di Cristo che di solidarietà, si rientri nella categoria di «fanatico cattolico». È la categoria coniata il 7 gennaio proprio su La domenica. In un breve ritratto del cardinale croato Alojzije Stepinac, beatificato da Giovanni Paolo II, il sussidio liturgico di quel giorno illustrava gli anni in cui la Croazia fu governata da Ante Pàvelic, fondatore del movimento Ustascia: «Il “duce” croato, Ante Pàvelic, un fanatico cattolico, impose al neonato Stato non solo le leggi razziali presenti in Germania e Italia, ma anche la conversione forzata al cattolicesimo di tutti i cittadini, pena la morte». Qui conta poco il giudizio su Pàvelic. Conta che le efferatezze attribuite al suo regime vengano ricondotte al concetto di «fanatismo cattolico». Ma, ancora di più, conta che siano dei cattolici a concepire un concetto, che, almeno nelle loro teste, dovrebbe essere formato da termini contraddittori. Un concetto in forza del quale crociati, martiri, missionari, confessori e vergini potrebbero essere messi sul banco degli imputati come «estremisti della verità». Si potrà obiettare che nel mondo c’è di peggio. Per esempio, la celebrazione della festa di Halloween in chiesa, come è avvenuto nella parrocchia di Aliso Viejo, diocesi americana di Orange, con tanto di zucche sull’altare e donna mascherata da diavolo a distribuire Comunione. Oppure, il reverendo messicano Sergio Gutierrez Benitez che celebra la Messa indossando una maschera da wrestling. O gli esilaranti sermoni del cardinale Karl Lehmann, punta di diamante della teologia progressista, tenuti al ricevimento dell’associazione del carnevale di Aquisgrana, dove si è presentato vestito da pecoraio ed è stato insignito del titolo di Gran Cavaliere dell’Ordine contro il Bestial Rigore. Ma questo non consola, lascia solo intendere dove si può andare a finire se qualcuno non ci pone rimedio. Ormai, è venuto il momento di pensare seriamente ai fedeli costretti a ingoiare rospi sempre più grossi.
Intanto, ci si arrangia come si può chiudendo un occhio, o magari due. O provando a seguire i consigli della «Preghiera dei fedeli». Così uno esce di chiesa, compra Avvenire e ci trova una doppia pagina di Vittorino Andreoli, psichiatra dichiaratamente non credente, che spiega il senso della vita. Il 7 gennaio scorso, nella puntata conclusiva di un anno, il professor Andreoli ha definito Gesù Cristo «un semplice uomo, (...) forse il più grande»: da ammirare, ma non certo Dio fattosi uomo. E questo perché sulla croce «nella sua disperazione (mi scuso per l’interpretazione che i miei amici potranno trovare errata e blasfema) trova anche la forza di promettere al ladrone (...) che quel giorno sarà in paradiso». Il Figlio di Dio ridotto a povero mentitore, anche se, bontà di Andreoli, a fin di bene.
Si dirà che ciò risponde a raffinate strategie di marketing e che i frutti si vedranno più avanti. Ma la Chiesa di Cristo può cambiare ragione sociale, e mettersi a piazzare di volta in volta il prodotto più gradito al pubblico? Chi lo pensa dovrebbe riflettere sul fatto che certe scelte di marketing non funzionano troppo bene, visto il calo di fedeli nelle chiese, di studenti nei seminari e di sacerdoti nelle canoniche. Ma vale la pena di riflettere anche su un altro dato: le presenze all’Angelus e alle udienze generali di Benedetto XVI sono più che raddoppiate rispetto a quelle dei tempi di Giovanni Paolo II. Eppure Papa Ratzinger è considerato rigoroso e inflessibile. Evidentemente, è proprio questo - la certezza, e non il dubbio - ciò che va mendicando l’uomo di oggi.
Mario Palmaro