Che però non risolvono i problemi

L’onorevole Violante risponde, con grande cortesia e prudenza, a un mio articolo nel quale esprimevo un giudizio negativo sull'ipotesi di riforma istituzionale in discussione presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera. Lo ringrazio per l'attenzione e per i toni e sono certo che apprezzerà la mia schietta franchezza, che è il sale del confronto politico.
Violante cita un elenco di 15 punti sui quali vi è la possibilità di accordo tra maggioranza e opposizione, ritenendo che, su quella base, si può costruire «un sistema più veloce e più moderno». Qui è il punto di dissenso rispetto al quale, lo ribadisco, il momento politico e la stessa occupazione della Rai - che pure è questione serissima - non c'entrano niente. Quelle modifiche se fossero approvate, lascerebbero il funzionamento del sistema politico nel pantano in cui si trova. Abbiamo di fronte a noi tre problemi epocali da risolvere: 1. razionalizzare il federalismo; 2. rafforzare davvero il potere esecutivo attraverso l'istituzione del premierato o del presidenzialismo; 3. superare il bicameralismo perfetto. La crisi di credibilità della politica e le campagne per delegittimarla non ammettono sconti o compromessi al ribasso. Il progetto in questione, invece, rinvia la soluzione del primo nodo - il più urgente - a un tempo indefinito e non propone un nuovo equilibrio tra il potere legislativo e il potere esecutivo, accontentandosi solo di correzioni a margine. Do atto a Violante che la proposta è più incisiva per quanto riguarda il bicameralismo. Su questa materia, però, mi permetto di insistere su un punto: oltre la logica istituzionale, la politica è fatta anche di stile che, a volte, coincide con la convenienza. Prevedere da parte della Camera una modifica radicale del Senato senza nemmeno avvertirne per le vie brevi i componenti della commissione corrispondente non è solo un atto di scortesia, è un errore politico perché alimenta una naturale opposizione. Valga a tal proposito quanto affermato pubblicamente dal senatore della Sinistra democratica Massimo Villone all'apertura dei lavori della I Commissione del Senato. Egli, dopo aver valutato nel merito e nel metodo la qualità del dibattito in corso nell'altro ramo del Parlamento ha concluso: «Io quella roba non la voto nemmeno se mi mettono la pistola alla tempia!».
Sono certo che su questo terreno nessuno nel centrodestra sia disponibile a farsi scavalcare dai più seri tra i colleghi del centrosinistra.
Nel Paese lo scontro tra politica e anti-politica impone che quanti agiscono in nome e per conto della prima (quella con la «p» maiuscola, al servizio dei cittadini), sappiano prendersi le loro responsabilità, propongano riforme all'altezza del momento storico e non surrogati che, nella sostanza, lasciano le cose come sono. Se per fare certe riforme non ci sono le condizioni politiche, è secondo me più serio non tentare nemmeno piuttosto che far finta di provarci. Certo, sotto il profilo istituzionale nessuno può negare il diritto della I Commissione della Camera di andare avanti. Si sappia però che il suo è un mero esercizio di stile. E che nessuno - veramente nessuno - possa affermare, magari tra qualche mese, che la legislatura non può concludersi in quanto è in corso un esercizio di stile. Noi non capiremmo. Il Paese nemmeno.
Gaetano Quagliariello