CHE PARADOSSO I RADICALI QUESTURINI

Non siete d’accordo con una circolare del ministro? Avanti, chiamate la Procura. Non siete d’accordo con una decisione del Parlamento? Che aspettate: rivolgetevi in Questura. Codice, megafono e manette: la nuova via dei radicali alla lotta politica è la negazione della politica. Un ossimoro militante, che solo chi è abituato a gridare alla clandestinità dai microfoni di una radio sovvenzionata dai contribuenti poteva inventare. Veltroni, naturalmente, ha fatto subito avere il suo appoggio. Quando c’è un’idea sbagliata, lui non riesce a mancare.
Pannella proclama un nuovo sciopero della fame con la solita bulimia di parole. Ma questa non è una novità. La novità è che lui, storico avversario dell’invadenza togata, dal referendum sulla giustizia al caso Tortora, si appella alla magistratura, che par di capire ormai considera l’unica risorsa sana di questo Paese. Anzi no, di questa «infausta Geenna», per usare le sue parole. Veltroni, naturalmente, è pronto a far avere il suo appoggio, non appena gli spiegheranno che la Geenna non è una nuova corrente del Pd.
Stiamo ai fatti: in pochi giorni i radicali hanno presentato ben due ricorsi alla Procura. Il primo contro il provvedimento Sacconi sul caso Englaro, il secondo per il mancato funzionamento della vigilanza Rai. E forse ai più (oltre che a Veltroni, naturalmente) è sfuggita la singolarità di un simile gesto e le sue possibili devastanti conseguenze: è normale che a dirimere le controversie sulla decisione di un ministro sia chiamato il magistrato penale? E se la decisione al pm sembrerà sbagliata, il ministro sarà da condannare? E se una commissione parlamentare, per un qualsiasi motivo, non riesce a funzionare bene, dovranno intervenire i carabinieri per farla arrestare?
Idea piuttosto bislacca, per la verità. Anche nella sua possibile applicazione pratica: la giustizia, che già impiega decenni per celebrare un processo e scarcera i mafiosi per la lentezza delle sue procedure, finirebbe inevitabilmente per ingolfarsi di altri milioni di ricorsi. Deputati, consiglieri regionali, provinciali e magari anche circoscrizionali infatti, seguendo il luminoso esempio pannelliano, potrebbero decidere di contestare in tribunale la scelta del loro avversario politico. Basta con le interpellanze, addio con le mozioni, a che servono gli emendamenti? Una bella denuncia, e il gioco è fatto. Parola di radicali, quelli che vogliono depenalizzare le droghe leggere, ma intanto trasformano in reati le circolari ministeriali...
Ma vi sembra sensato? Noi abbiamo sempre pensato che la giustizia penale ipertrofica e onnivora sia uno dei grandi mali di questo Paese. E continuiamo a pensarlo. Sulla commissione di vigilanza Rai abbiamo fin dall’inizio difeso le buone ragioni di Villari, ma crediamo che queste ragioni debbano trovare una soluzione in Parlamento, non in tribunale. E sul caso di Eluana è stato proprio il desiderio della giustizia di sostituirsi alla politica a provocare questa tragedia nella tragedia: hanno usato un pietoso caso umano per scavalcare il Parlamento e introdurre, per via di sentenza, l’eutanasia in Italia. Ma l’eutanasia in Italia non c’è. Di qui la crudele impasse di questi giorni.
Il ministro Sacconi, infatti, nella sua circolare, non ha fatto altro che ricordare alle cliniche convenzionate con lo Stato quali sono i loro doveri, previsti per altro pure dalla convenzione dell’Onu. Si può essere d’accordo o no, si possono discutere e contestare questi principi e questi doveri. Ma parlare di ricatto e denunciare alla Procura il ministro per «violenza privata», significa, di fatto deporre le armi della politica e sostituirle con i mandati di cattura, dimostrando evidentemente di non avere argomentazioni o per lo meno di aver esaurito la capacità di difenderle. Che ci volete fare? Una volta si cercava il dibattito, adesso, al massimo, il dibattimento.
Strano paradosso: i radicali che una volta erano i maestri della lotta politica, ora abdicano e si rifugiano nelle cancellerie dei tribunali. Loro, che per anni hanno denunciato gli errori della giustizia penale, adesso si affidano a essa come se fosse la panacea di ogni male. Loro, che per anni si sono fatti forte della disobbedienza civile e dell’obiezione di coscienza, adesso diventano i questurini della politica. Dicono di voler salvare la democrazia, e invece così la umiliano. Qualcuno, ora, glielo spieghi a Veltroni.