«Che passione per il teatro napoletano»

Omar Sherif H. Rida

«Eduardo De Filippo ripeteva spesso che per capire la bravura di un attore basta farlo camminare al buio dietro le quinte: se inciampa vuol dire che non è adatto per un mestiere in cui la concentrazione, la passione sono tutto». Pensieri e parole di Fabio Gravina, direttore del teatro Prati, 125 posti al civico 98 di via degli Scipioni, 98 come l’anno di apertura di questa bomboniera sorta in luogo di una tipografia industriale. Venticinquemila invece, è il numero degli spettatori che nella stagione 2004/2005 si sono seduti sulle poltroncine rosse di quello che da molti viene considerato il tempio capitolino del teatro napoletano.
Prima dell’inaugurazione lei affermò che al Prati vi sareste impegnati «per aprire una finestra su questa nobile arte». A che punto siamo?
«Dopo sette anni posso dire che quello che abbiamo aperto, più che una finestra, è addirittura un grande portone. Lo scopo iniziale era quello di offrire qualcosa di “altro” rispetto al teatro napoletano classico, quello di Peppino e Eduardo, partendo dallo stato d’animo dei singoli personaggi, dalla forza delle singole storie oltre che dal semplice dialetto: il consenso ottenuto mi fa pensare di non aver fallito».
Quando è nata la sua grande passione per la tradizione napoletana dei De Filippo e di Scarpetta?
«La mia è una storia particolare, la storia di un bambino che recita in casa, quella di un ragazzo che rimane rapito davanti ai film di Totò e che grazie a quel modo di recitare si appassiona ai testi dei De Filippo, prima sui libri poi dal vivo, senza avere alle spalle nessuna scuola. Sono arrivato sul palcoscenico rubando i segreti degli altri, montando anche le scene, studiando Eduardo».
Perché privilegia le commedie meno rappresentate di questi autori?
«In primo luogo perché sono uno che scommette molto su se stesso. Poi perché si tratta di un repertorio che credo sia più vicino al pubblico, fatto di storie dove spesso è il protagonista, con i suoi stati d’animo, i suoi vizi, le sue manie, a condurre la vicenda. Di solito nel teatro italiano avviene l’esatto contrario».
Ce n’è una che porta nel cuore o che le ha consentito di rappresentare al meglio il suo teatro?
«Direi Uomo e galantuomo di Eduardo: la storia di quella compagnia teatrale di guitti girovaghi, ambientata negli anni ’20, mi aiuta a rivivere le gesta dei miei predecessori. Quella che forse amo più interpretare è Ditegli sempre di sì, la vita di un pazzo che poi, alla resa dei conti, tanto pazzo non è: peccato che il pubblico di oggi, abituato a tanta spazzatura televisiva e cinematografica, non riesca a capire ciò che quel personaggio esprime. Anzi, colgo l'occasione per annunciare che il prossimo anno vorrei riportarla in scena, ho già acquistato i diritti».
Esiste un filo conduttore nella scelta degli spettacoli in cartellone per la stagione 2005/2006?
«È una scelta che nasce dalla mediazione tra l’aspetto artistico e quello commerciale. Tre calzoni fortunati di Eduardo Scarpetta - in cartellone fino al 19 febbraio 2006 - è una farsa che mira a far divertire stimolando tuttavia due o tre riflessioni. Seguiranno Io sono suo padre, sempre di Peppino (24 febbraio-16 aprile), che rappresenta uno spaccato di vita e si sofferma sui valori familiari, su ciò che per un genitore significa un figlio. Poi si chiude con Bene mio e core mio di Eduardo De Filippo (dal 21 aprile). È un altro testo poco conosciuto che ho scelto perché mostra come nella vita tutto può improvvisamente cambiare. È un po’ la mia storia, anch’io dall’azienda di mio padre mi sono ritrovato sul palcoscenico».
Oggi tra gli interpreti di questa tradizione prevalgono quelli che fanno «teatro napoletano» o quelli che fanno «napoletan teatro»?
«Molte compagnie purtroppo scelgono il “napoletan teatro”, quello fatto di dialetto e gestualità ma privo di interiorità e partecipazione. Per me fare “teatro napoletano” significa vivere la storia prima di metterla in scena, ripudiando la semplice ripetizione».