Che peccato, non c’è più la nostalgia d’una volta

Un lungo elenco di cose, giochi e persone del passato che sta girando su Internet ha innescato un dibattito sulla nostalgia a mio parere del tutto ozioso. I sociologi, ad esempio, fanno notare: la novità è che ora si comincia a provare nostalgia a quarant’anni, visto che nell’elenco si rimpiangono Zoff Gentile Cabrini in luogo di Sarti Burgnich Facchetti; o la pubblicità della Coca-Cola con l’albero di Natale invece di quelle con Calimero e Carmencita. Un mio collega, poi, tenta di spiegarmi: oggi tutto corre così in fretta che le future generazioni non faranno più in tempo ad avere nostalgia di nulla, dimenticheranno in fretta mode canzoni e oggetti che durano troppo poco per essere memorizzati.
Tutte balle, credo. In fondo tali osservazioni dimostrano che la nostalgia è un sentimento invincibile, che non ci abbandonerà mai. I sociologi e il mio collega non si rendono conto che, così dicendo, mostrano infatti di avere nostalgia della nostalgia di una volta.
Capita anche a me in questo momento: mentre leggo sul famigerato elenco che i nostalgici di oggi parlano di Madonna e dei Duran Duran - per me robaccia da anni Ottanta - il mio ufficio è invaso dal karaoke del maledetto bar qui sotto. Sento il Tuca Tuca e Rita Pavone, «non essere geloso se con gli altri ballo il twist, non essere furioso se con gli altri ballo il rock: con te, con te che sei la mia passione, io ballo il ballo del mattone». Quelle erano canzoni, penso: altro che gli strimpellatori del riflusso.
Leggo sull’enciclopedia (quella su carta, non questa fesseria che appare così comodamente e velocemente sul computer) che il termine «nostalgia» viene da «dolore del ritorno». Certo è un dolore dolce, ma pur sempre un dolore. Ci ricorda una cosa che è passata, e a noi girano maledettamente i cosiddetti, che il tempo passi. La nostalgia è una canaglia (ah, com’era bello quando Al Bano e Romina stavano ancora insieme) che ti prende a qualsiasi età. Altro che quarant’anni: ricordo lo choc che provai l’anno in cui la Panini mise nelle bustine le figurine autoadesive. Ero ancora un bambino ma mi si stringeva il cuore a pensare di far a meno della Coccoina con il pennello. E la carta assorbente, perché non c’è più? E quella buona spuma di una volta? E il Vicks Vaporub, che fine ha fatto il Vicks Vaporub? Non serviva a niente, ma la mamma te lo spalmava sul petto per farti passare il raffreddore ed era bello addormentarsi così.
La nostalgia è il dolore del passato ma anche una ribellione contro ogni cambiamento. La si esprime perfino rifiutandosi di aggiornare il vocabolario. I miei genitori ad esempio continuavano a chiamare Stipel la Sip e Sisal il Totocalcio: li prendevo in giro, ma oggi sono io a dire Sip in luogo di Telecom e non accetto l’idea che il Totocalcio sia stato sotterrato dallo stupidissimo Superenalotto.
Per il vero nostalgico ogni prodotto, film, cantante, uomo politico, automobile, squadra di calcio non ha un valore intrinseco, oggettivo: vale a seconda del momento in cui ci si trova. Voglio dire: per il vero nostalgico ogni cosa che non c’è più era sicuramente migliore di quelle che ci sono. La Grande Inter era certo più forte di qualsiasi squadra di oggi, e non parliamo poi del Grande Torino. Ha voglia il Poeta di sentenziare: «Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura». Vero niente. I nostri genitori rimpiangevano perfino gli anni della guerra, e provate a parlare - se ne trovate ancora qualcuno - con i reduci della ritirata di Russia: vedrete i loro occhi luccicare di commozione ma anche di rimpianto, ah se potessi tornare nella steppa a barbellare dal freddo. Si stava meglio quando si stava peggio: è il passo supremo della nostalgia.
Ecco: l’articolo è finito. E già ripenso a quando ho cominciato a scriverlo, mezz’ora fa. Quelli sì che erano bei tempi.
Michele Brambilla