Ma che romanzo giallo la nascita della Fiat a Torino

Tra storia e finzione, l’ascesa di Giovanni Agnelli in un libro che fa discutere (ma non sui giornali...)

A una delle prime presentazioni in una libreria di Pinerolo, le esclamazioni del pubblico sono unanimi: «Meno male che è stata ritirata fuori questa storia, perché sotto sotto di queste strane morti e dello strano modo in cui Agnelli conquistò il controllo totale della Fiat a Torino e dintorni si è sempre parlato». Sarà, ma del romanzo di Giorgio Caponetti - esordiente torinese classe 1945 - Quando l’automobile uccise la cavalleria (Marcos y Marcos, pagg. 490, euro 18), uscito da poco più di una settimana, una certa Torino non parla affatto volentieri. E lo stesso autore in capo al romanzo ha sistemato una «Avvertenza al lettore» in cui si dice: «Molte delle persone che vivono nel romanzo sono vissute davvero, ma non è detto che abbiano fatto quello che fanno e pensano nel romanzo». Le tante cautele sono dovute al nome illustre che Caponetti ha scelto come uno dei tre protagonisti, ovvero Giovanni Agnelli senior.

La saga è costruita intorno alla scomparsa di un mondo durato cinquemila anni, il mondo del cavallo, che ai primi del Novecento era ancora il simbolo della velocità e dello status sociale, un mondo che in soli trent’anni viene del tutto inghiottito da un altro, quello dell’automobile. Dentro questa mutazione epocale si muovono, insieme ad Agnelli, Federigo Caprilli, il cavaliere volante, tombeur de femmes bello e sensuale, eroe rompiballe che fa cambiare il regolamento militare del montare a cavallo, e il conte rosso Emanuele Cacherano di Bricherasio, nobile sognatore che vede nel motore l’evento in grado di cambiare le condizioni delle classi lavoratrici.
«Agnelli invece - racconta Caponetti - è il capitale. Il potere forte, il pragmatico e il più bravo a gestire gli altri. L’imprenditore e il finanziere che in quanto tale non guarda in faccia a nessuno. Descritte così, queste tre figure potrebbero quasi avere valor di metafora di un secolo che cambia il destino del Paese, ma i fatti narrati sono veri, è tutto vero, anche se tutto oscuro, mai indagato». Perché i tre sono certamente conoscenti, tre ufficiali di cavalleria nati nella seconda metà dell’Ottocento, coetanei, che si sono frequentati alla scuola di cavalleria di Pinerolo, poco distante da Bricherasio, pochissimo da Villar Perosa. «Ma di questa frequentazione nessuno parla» tiene a specificare Caponetti. Amici sono soprattutto Caprilli e Bricherasio, tanto che il primo chiede che le sue ceneri vengano un giorno poste accanto a quelle dell’amico. Non dovrà attendere molto.

I due scompaiono giovanissimi ed entrambi in circostanze mai chiarite. Bricherasio, il fondatore della Fabbrica Italiana Automobili Torino, cinque anni esatti dopo aver creato il marchio a casa sua, muore nel castello del Duca di Genova, con un buco in testa, a soli 34 anni: «Suicidio, dicono - racconta Caponetti -. Un suicidio improbabile, ma trattandosi della residenza del cugino del re, non viene aperta nessuna inchiesta. Anche Caprilli muore in modo improbabile: cade da cavallo e si sfonda la nuca. Peccato che il cavallo avrebbe insistito per provarlo lui, alle sei e mezza di sera, in una Torino decembrina e impraticabile, mentre comincia a nevicare. O almeno così afferma l’unico testimone oculare, Enea Gallina, commerciante di cavalli, che dice d’averlo visto avanzare verso Piazza d’Armi e poi cadere».

Ci ha messo trent’anni Caponetti a scrivere il suo primo romanzo. Trent’anni in cui non ha cercato di trasformare in consequenziali i collegamenti assoluti, ma solo di narrarli. Come dire: tirare le conclusioni spetta a noi, a noi capire quali «vantaggi» queste morti abbiano portato al mondo dell’automobile italiana, di cui la famiglia Agnelli è stata artefice, oltre che protagonista di molti misteri e tragedie. «Fatto sta che una settimana dopo la scomparsa di Bricherasio dal consiglio di amministrazione, la F.I.A.T. viene rivoluzionata e questo è quantomeno inquietante» spiega l'autore.

«L’azienda fallisce, F.I.A.T. scompare, i capitali iniziali vanno in fumo e Agnelli rifonda FIAT senza puntini. Una operazione che porterà all’apertura di un processo per truffa e aggiottaggio nei confronti di Giovanni Agnelli e di un altro paio di soci. Un processo che iniziò, guarda caso, quattro mesi dopo la misteriosa morte di Caprilli, nel 1908, a soli 39 anni. E che terminò dopo quattro anni con l’assoluzione, ma con l’intervento di poteri fortissimi: Vittorio Emanuele Orlando, ministro di Grazia e Giustizia, diede le dimissioni, divenne presidente del Collegio di difesa di Agnelli, lo vide assolto e poi si rimise a fare il politico».

Combinazioni. Strane, secondo Caponetti. «Mettono curiosità e richiedevano almeno una risposta emotiva, se non si può avere, dopo tanto tempo, quella razionale».