Che san Pupi Avati salvi il nostro cinema snob

Stenio Solinas

nostro inviato a Venezia

Forse ci salverà Pupi Avati. Ci salverà dagli interni borghesi, dalle professioni intellettuali, dalla psicanalisi, dalla interpretazione dei sogni, dai tabù, dai registi uomini che raccontano storie di donne scritte da donne e per donne, dalle registe donne che raccontano storie di donne scritte da donne e per donne, da un’overdose femminile dove la parola è sovrana, ma la narrazione latita, dove il maschio pensa sempre e solo a quella cosa lì e ti viene da dire che in fondo, con compagne così, a cos’altro vuoi che pensi?
La bestia nel cuore, il secondo dei tre film italiani in concorso a Venezia, accentua la sensazione di disagio e di fastidio di I giorni dell’abbandono che l’aveva preceduto. Se lì c’era lo sgretolamento psichico di una moglie tradita e abbandonata, qui non ci si accontenta di un caso clinico, ma si mette in scena un doppio incesto su minori, la rimozione e l’incubo onirico del suo ritorno, la maternità come salvezza e la confessione come liberazione... Di contorno, una ragazza cieca, un’altra moglie di mezza età abbandonata, che trova però in Saffo la sua rinascita, un regista che ha sacrificato l’arte per la carriera... Abbiate pietà.
La sensazione di un gioco intellettuale, staccato dalla vita vera, pervade il tutto. Ne I giorni dell’abbandono c’era una traduttrice che ancora consegnava il suo lavoro battuto a macchina, una casa editrice aperta durante le feste di Natale, un’abitazione ultramoderna e trasudante ricchezza senza nemmeno una donna di servizio che pulisse i vetri... Nella Bestia nel cuore c’è un attore di teatro che non vuole prostituirsi alla televisione e, visto il super attico dove vive, non si capisce perché invece si «venda»... Lì ci sono zingari felici, qui ospedali di provincia superpuliti, treni vuoti dove partorire in piena estate...
Cristina Comencini è figlia d’arte e dignitosa scrittrice in proprio, Roberto Faenza è un regista di buona cultura. Appartengono entrambi a quel mondo che continua a sentirsi l’ombelico del mondo: buoni studi, belle case, vacanze nei posti giusti, letture politicamente corrette, un penchant politico che è stato prima extraparlamentare, poi comunista, poi postcomunista, poi ulivista o come diavolo lo si vuole chiamare, ma sempre mantenendo quell’atteggiamento di aristocratico disprezzo verso l’Italia che non li capisce, che non li merita, che suda, che si stravacca davanti alla televisione. Privilegiati, vivono come se fossero emarginati. Non avendo problemi economici, giudicano male chi sogna il benessere. Non che loro odino la massa, il popolo, la piazza... È che gli dà fastidio l’odore. Non che non facciano, quando è il caso, la televisione. Ma la fanno con disgusto.
È una forma di onanismo intellettuale esasperato che tradotto in immagini cinematografiche porta a questo genere di film, dove la narrazione è un pretesto per mettere in scena un ego che trova la propria soddisfazione nella morbosità dei grandi temi, trattati e risolti come se si fosse intorno a un tavolo di canasta, perfettini e un po’ leccati, tutto nella misura in cui e a monte del problema...
Forse ci salverà Pupi: con il profondo sud della provincia italiana, le vecchie zie, uno sminatore un po’ suonato, una vedova ancora piacente, un figlio cialtrone... Forse ci salverà una storia, prima che la retorica del dolore e la pesantezza della chiacchiera ci consegnino, definitivamente, distrattamente e come contrappasso, alla dittatura televisiva di uno che come nome gli somiglia ma si chiama Pupo.