Che sia il mercato a decidere

Come sempre in Italia, la divisione è tra chi crede nella pianificazione dall’alto (lo Stato pensa a tutto) e chi preferirebbe affidarsi al mercato. Il delicato dibattito relativo alla legge sul libro, di cui dà conto Stefania Vitulli in questa pagina, non sfugge alla regola. Imporre per legge entità e durata di sconti e promozioni è una misura invocata da tempo al fine, si dice, di proteggere piccoli librai e editori che non possono competere con le grandi catene e i grandi marchi. Tutti d’accordo? In Parlamento, più o meno, sì. Con la vistosa eccezione dei Radicali, secondo i quali la legge approvata in via definitiva il 20 luglio dal Senato è corporativa e dannosa per i lettori. Questi ultimi, infatti, vedono ridurre le opportunità di acquistare a prezzi più convenienti. La novità, tuttavia, è che nemmeno tutti i piccoli editori (piccoli è solo un modo di dire: Liberilibri di Macerata, in prima fila contro la legge, è un gigante dell’editoria) sono d’accordo. Ecco, imporre una politica dei prezzi danneggia proprio i «piccoli». Molti dei quali hanno da tempo smesso di competere sullo stesso terreno dei grandi, fidelizzando il lettore con strategie atipiche, che vanno dall’occhio di riguardo per il cliente «spendaccione» all’attenzione per le vendite on line. Ma vi sono anche editori e librai (eroici) che pubblicano e vendono libri che alla grande distribuzione nemmeno arrivano. E vi sono case editrici, come IBL libri, anch’essa contro la legge, fortemente specializzate. E vi sono librerie che puntano a clienti molto particolari (chi va per mare, ad esempio), che non frequentano abitualmente altri punti di vendita. Meglio dunque non limitare la loro libertà di imprenditori, e la nostra di affezionatissimi clienti. Meglio non rischiare di rendere ancora più asfittico il mercato del libro.