Che spot mondiale Bolt e Pistorius corrono per stupire

Non c’è da avere le traveggole, ma l’idea fotografica è lo spot dei mondiali. Pistorius e Bolt. Meglio Pistorius insegue Bolt. Oppure Bolt & Pistorius, attenti a quei due. Ci faranno divertire o soltanto stupire.
Via ai mondiali di atletica, due miliardi di telespettatori previsti (c’è da far impallidire anche il calcio), già venduti 453.962 biglietti per nove giorni di gare, ovvero il 97% della disponibilità, quasi 2000 atleti per 202 paesi, un impatto economico conteggiato in 80 milioni di dollari per Daegu, la città coreana che rispunta dai ricordi di nove anni fa quando il mondiale del calcio le affidò la finale per il terzo posto fra Corea del Sud e Turchia. Qui è tutt’altra storia e non si sfiora nemmeno la grande avventura delle Olimpiadi coreane targate 1988, dove Carl Lewis e Ben Johnson fecero spettacolo fin alla notte in cui il canadese fu costretto a fuggire per le sue malefatte a base di doping. Allora King Carl era il padrone dell’atletica, gli americani spopolavano nella velocità (salvo farsi squalificare nella staffetta 4x100). Lewis e Powell meravigliosi ambasciatori del salto in lungo, Sergey Bubka sempre il re dell’asta ed oggi è vicepresidente Iaaf quasi per miracolo, dopo un pasticcio nelle votazioni proprio in Corea.
Quelli eran gli anni. Oggi è un altro mondo. Il re dello sprint è un giamaicano che non usa i tacchi a spillo, fa il testimone di un tempo e non il testimonial di uno sport, canta e balla, è divinamente umano anche prima di una gara ed ha sbalordito l’universo con tempi da marziani. Poi c’è la novità: un sudafricano che corre sulle protesi ed ha vinto la battaglia contro un mondo di normodotati. Ha vinto ma non convinto: il doping non è solo quello rifilato dal magheggio della chimica. Vince il caso umano: vedrete le sviolinate dei soliti solfeggiatori. Non è chiaro se vinca lo sport.
Usain Bolt è l’ultimo autentico traino dell’atletica e stavolta sembra perfino più solo. Nella sfida dei re, quella comunemente pensata sui 100 metri (stanotte il via con batterie), non ci sarà Asafa Powell, l’eterno rivale di campo ma non di bandiera, alle prese con un problema fisico. Non ci sarà Tyson Gay, il più credibile razzo made in Usa, che si è sottoposto ad una operazione all’anca, e nemmeno Mullings (Giamaica) e Rodgers (Usa) finiti nelle grinfie del doping. Bolt, almeno nei 100 (entrerà solo nei quarti grazie a una novità regolamentare) rischia di sentirsi solo e correre solitario verso tempi inaccessibili. «Anche se ora non sono pronto per un 9“50», ha aggiunto lui. «Vincerò, credo, ma non farò record. Per entrare nella storia dovrò vincere 100, 200 e staffetta. Sto lavorando per diventare una leggenda».
Un po’ lo è già, pur se sta soffrendo la legge della fama e degli spot, e quest’anno ha corso su tempi da numero uno ma non da fenomeno. Stavolta Bolt farà coppia soprattutto con Pistorius, ovvero l’altra faccia del mondiale. Amputato alle gambe da quando aveva 11 anni, il testone sudafricano ha corso e corso finchè non ha trovato la sponda di un tribunale che gli permetterà di presentarsi al mondiale di chi ha gambe sane. Le sue sono in carbonio ultraresistente e leggero ed hanno già sollevato il puzzo della polemica. Vien detto: le protesi non sono le stesse testate nel 2008, quando venne accordato il permesso di correre, sono studiate meglio e garantiscono più vantaggi. C’è da stupirsi? Sarebbe da ingenui. Il mondo ha finto di credere alla verità di un tempo (45“07 sui 400 metri) che gli ha consentito la partecipazione. Lo ha realizzato in luglio, a Lignano Sabbiadoro, al meeting della solidarietà: un nome, una garanzia. Ora Pistorius entrerà in pista alle 4,15 del mattino italiano di domenica e quello sarà un momento storico, il resto molto meno.