"Che spreco, tanto valeva comprare altri immobili"

Il deputato Pdl Laboccetta e la radicale Bernardini hanno ottenuto con fatica i dati sui soldi dilapidati

Agendo con l’avvedutezza e la «diligenza del buon padre di famiglia» la Camera dei deputati avrebbe potuto risparmiare un sacco di soldi e, soprattutto, fare ottimi investimenti. Degli esorbitanti contratti d’affitto per i palazzi della Milano 90 srl abbiamo detto ieri. Oggi torniamo sull’argomento soltanto per ricordare che se Montecitorio, per risolvere il problema della mancanza di spazio per i deputati (il cui numero, è bene precisarlo, non è cresciuto nemmeno di un’unità dal 1948), avesse pensato a un mutuo fondiario, «con i soldi che spende per gli uffici di Scarpellini si sarebbe comprato unità immobiliari tre volte più grandi di quelle affittate». A ricordarlo è il deputato del Pdl Amedeo Laboccetta, che sulla battaglia per rivedere la «politica immobiliare» della Camera si è speso senza riserve.
Al suo fianco ha trovato soltanto i Radicali che hanno lavorato ai fianchi con costanza l’Ufficio di presidenza di Montecitorio per avere risposte chiare sui bilanci della Camera. Argomento sul quale, non si sa bene per quale motivo, vige un riserbo davvero sconcertante. «Il problema fondamentale è la cosiddetta disaggregazione delle voci di bilancio - ricorda Rita Bernardini (Pr) -. Per chi voglia vederci chiaro tra i tabulati dei conti della Camera è un’impresa improba non perdersi tra i dati sparsi tra i tanti capitoli di spesa».
E pensare che basterebbe aggregarli per temi per capire esattamente quanti soldi pubblici (cioè nostri) Montecitorio spende per agevolare al meglio il lavoro dei parlamentari.
L’unica vittoria, per il momento, rimane la rescissione del cosiddetto «Marini 1», cioè la prima unità immobiliare affittata alla Camera dei deputati dalla Milano 90 e che ospita gli uffici di 235 parlamentari.
Gli effetti di questo risparmio, però, non si vedranno prima del 2013, visto che nei prossimi due anni la locazione continuerà. Difficile capire i risparmi che così si produrranno. È difficile non solo per un cittadino qualunque ma anche per un parlamentare capire il senso delle spese di bilancio gestite dalla Camera. In verità l’articolo 68 del Regolamento interno di amministrazione della Camera dei deputati afferma che questi documenti sono a disposizione dei parlamentari. Un articolo che ha lo scopo di dimostrare ampia trasparenza sulla gestione dei fondi pubblici. Poi, però, passare dalle parole ai fatti è un’impresa titanica. Ne sa qualcosa, appunto, la Bernardini che ha dovuto addirittura iniziare lo sciopero della fame i primi giorni di febbraio per sollecitare la consegna dei dati di bilancio. A quel punto è dovuto intervenire lo stesso presidente della Camera, Gianfranco Fini, per sbloccare la resistenza dei questori e del Segretariato generale di Montecitorio.
«Ma raccapezzarsi sui dati disaggregati - si lamenta la radicale - resta un problema serio per chi non ha una profonda competenza di contabilità». Inoltre c’è da ricordare che, come stabilito dalla stessa Costituzione, Montecitorio non subisce controlli esterni sulla propria amministrazione. In altri termini gli smaliziati giudici della Corte dei Conti e del Tar non possono mettere becco sulle decisioni assunte all’interno del Palazzo. Il controllo allora a chi è affidato? Ma agli stessi deputati, ovviamente. La gran parte dei quali, sibila la Bernardini, nemmeno conosce l’esistenza di un Regolamento interno di amministrazione.