Ma che strano La Festa ha scartato un film anti Veltroni

Il tono è amareggiato. «Guardi, non discuto i gusti di Piera Detassis, direttrice della sezione Première. Suo diritto non prendere il film. Ma che il Senatore non l'abbia nemmeno voluto vedere, in quanto non interessato, be' questo è grave. Forse non è stato considerato all'altezza... ». Il Senatore, ça va sans dire, è Goffredo Bettini, patron della Festa del cinema. Roberto Faenza è di nuovo sul piede di guerra. Dopo l'anteprima al Parlamento europeo, il 9 novembre esce nei cinema I vicerè, sontuoso film in costume ispirato al romanzo ottocentesco di Federico De Roberto, e già si respira un'aria di frizzantina polemica. Per il tema, che rimanda a un certo trasformismo politico connaturato all'indole italiana; per alcuni affondi di sapore fortemente anticlericale legati alla vita sessualmente «allegra» in un monastero dei Benedettini; per il rifiuto, appunto, ricevuto dalla kermesse veltroniana; ma soprattutto perché, nell'epilogo ambientato nel 1882, il protagonista catanese Consalvo Uzeda di Francalanza, ultimo discendente degli antichi viceré spagnoli, appena eletto in Parlamento, si produce in un mirabolante discorso all'insegna del «maanchismo». Uno pensa a Crozza-Veltroni, agli opposti inconciliabili di marca Pd; invece, a scanso di equivoci, Faenza ha fatto stampare sul press-book il seguente avviso: «Ma come, Federico De Roberto, quel galantuomo di cento e più anni fa, pronunziava davvero le frasi presenti nel film, che sembrano scritte oggi da un tribuno estremista o da un guitto irriverente?». Sì.
Mostrato ieri agli studenti della Facoltà di scienze delle comunicazioni della Sapienza, con dibattito finale (Ferrarotti, Maraini, Leone, Rizzo, il gesuita Lloyd Baugh e altri), I vicerè suona, in effetti, come un duro atto d'accusa ai politici odierni, pur sfoderando ambienti e facce da Gattopardo, grande rivale letterario. Sentite come Alessandro Preziosi, nel ruolo del protagonista reso cinico dal costume di famiglia, arringa gli elettori dell'Alleanza di sinistra: «Auguro la formazione di un partito che protegga i laici ma anche la Chiesa, realizzi le riforme ma conservi anche le tradizioni, rispetti il passato e l'avvenire, Machiavelli ma anche Bacone. Sono convinto che la proprietà è un furto, ma tuttavia ci sono proprietà che dobbiamo considerare legittime. Viva la rivoluzione! Viva il Re! Viva Sua Santità!». Re a parte, fa una certa impressione, no? Così come pare uscire da un dibattito tv quanto teorizza lo zio Duca: «Destra, sinistra, oggi non significano più niente! Di questi tempi tutto cambia talmente velocemente che non possiamo può stare dietro alle etichette». E che dire del padre Giacomo, despota assoluto in salsa nobiliare, incarnato da un sorprendente Lando Buzzanca? «Libertà è una parola che non significa niente ma accontenta tutti. Libertà significa che, ora che l'Italia è fatta, dobbiamo farci gli affari nostri». L'Italia dei trasformisti (vecchi e nuovi) è avvisata.