Che succede a Tremonti? Il prof "decido tutto io" adesso scopre il dialogo

La metamorfosi del superministro: lui che non trattava mai costretto al bagno d’umiltà: "Troviamo insieme una soluzione..."

Fa un pochino tenerezza, e improvvisamente sembra fragile, e indifeso come tutti noi di fronte alla tempesta finanziaria. Se mai è stato un protagonista, oggi è tornato ad essere spettatore. Di prima fila, certo: ma pur sempre dall’altra parte del palcoscenico. Se mai è stato un candidato per palazzo Chigi - nella doppia versione di successore designato di Berlusconi alla guida del nuovo centrodestra o di ribaltonista più o meno «tecnico» - oggi nessuno scommette seriamente su di lui, né nel Carroccio ormai in fiamme per la guerra di successione, né nelle opposizioni, che, quando non chiedono le elezioni, oramai gli preferiscono apertamente, con ironia onomastica, il supertecnico Monti.

Giulio Tremonti, secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa, ieri mattina ha aperto l’incontro con imprese e sindacati con queste parole: «Decidiamo insieme cosa possiamo fare». Incredibile. Per l’uomo che - caso unico nella storia dei governi italiani - ha l’abitudine di non discutere con nessun ministro neppure le questioni che riguardano direttamente quel ministero, scatenando a ripetizione liti e conflitti tanto furiosi quanto sostanzialmente inutili (perché comunque decide lui), la svolta è impressionante.
«Lo spirito di questo incontro - ha detto ieri Tremonti - è di trasformare le criticità in opportunità. Decidere insieme cosa insieme possiamo fare». La prima frase, quella sulla criticità che si trasforma in opportunità, è in puro stile Tremonti; la seconda invece, con quell’«insieme» ripetuto due volte, è una piccola rivoluzione. Già la scorsa settimana, davanti alle telecamere di Unomattina, aveva pubblicamente chiesto scusa agli italiani per la «stupidata» dell’appartamento condiviso con Milanese; e non aveva mancato di osservare, con disarmante quanto civettuola onestà, quanto gli costasse fatica pronunciare proprio la parola «scusa». «Lo riconosco - diceva lo stesso giorno a Repubblica - ho fatto una stupidata. E di questo mi rammarico e mi assumo tutte le responsabilità».

I maligni sostengono che questo bagno d’umiltà di Tremonti sia dettato dal ridimensionamento oggettivo cui è stato obbligato in queste ultime settimane, sotto i colpi simultanei quanto implacabili dell’affare Milanese e dell’attacco speculativo all’Italia. Non più indispensabile al governo, non foss’altro perché i mercati oramai se ne infischiano delle sue manovre, e lesionato nell’immagine, Tremonti dunque farebbe buon viso a cattivo gioco.

Altri invece, che si dicono certi di conoscerlo meglio, vedono in questo nuovo Tremonti, più umile e più disposto al dubbio, la rivelazione di una natura nascosta, ma non meno autentica. Anzi: il vero Tremonti - tradito da quella mimica facciale particolarissima, che fatica a nascondere i sentimenti e i pensieri, trasformandoli in buffe espressioni da cartone animato - sarebbe proprio quello che chiede «scusa» e propone di decidere «insieme».

Un’ulteriore prova verrebbe dal siparietto con Berlusconi, alla conferenza stampa seguita all'incontro con le parti sociali. «Abbiamo oggi un metodo di lavoro che non è solo Italia su Italia, ma anche con l’estero, con contatti con le principali istituzioni economiche internazionali, Commissione europea, Ocse e Fmi...», andava dicendo Tremonti. Berlusconi lo ha interrotto, suggerendo di includere anche la Bce. «Credo sia molto importante ma non coinvolgibile», ha commentato piccato il ministro dell’Economia. «Ma informabile sì», ha insistito Berlusconi. E Tremonti, dopo un istante impercettibile, che immaginiamo carico di professorale rancore, ha lasciato al premier l’ultima parola e ha proseguito come se niente fosse.

Che sia soltanto in difficoltà o che vada riscoprendo se stesso, Tremonti è uomo di troppa intelligenza per annoiare il suo pubblico. È stato l’unico ospite di Annozero ad alzarsi in piedi per spiegare, su una lavagna appositamente allestita, nientepopodimeno che la mondializzazione e il ciclo delle crisi economiche a Fausto Bertinotti e ad Eugenio Scalfari, che diligentemente annuivano. Ed è stato l’unico ministro del centrodestra, da che esiste il centrodestra, a meritarsi una paginata di encomio su Repubblica, sapientemente redatta da Massimo Giannini, in cui gli si attribuiva il merito di aver progettato, addirittura, un «nuovo blocco sociale». Acqua passata, sembrerebbe. Fino alla prossima svolta.