Che tenerezza quei «bulli» di una volta

Fra i termini che hanno avuto un triste destino, c’è «bullo». Al tempo della mia adolescenza, tra noi ragazzi essere un bullo, o «fare il bullo», voleva dire uscire dagli schemi di un comportamento serioso, conformista, ossequente e commettere qualche simpatico eccesso. Un po’ esibizionista, un po’ fanfarone, D’Artagnan e Lord Brummel dei poveri, il bullo non faceva male a nessuno.
Uno dei miei più grandi amici di quegli anni, culturista e leggermente mitomane, trasformò il titolo di una versione dal latino, «Il poeta Tibullo», in «Il poeta più bullo», tra l’arrabbiatura dei professori e un mare di nostre risate. Per lui, che in seguito si appassionò a Baudelaire, era normale che un poeta fosse un bullo e un dandy. In quegli anni era uscito un film indimenticabile come Bulli e pupe, in cui i bulli erano Frank Sinatra e Marlon Brando, il massimo nell’immaginario di noi ragazzi. La parola era priva di connotati negativi. E lo rimase a lungo. Come aggettivo qualificativo, si prestava a un ampio uso gergale. Un altro mio amico per tutto un viaggio in Germania usò due esclamazioni qualunque cosa capitasse: «Bello!» per dire armonioso e classico, «bullo!» per dire stravagante e barocco.
Potete immaginare come soffro oggi a leggere che i «bulli» verranno espulsi da scuola, che il «bullismo» è un problema sociale. Possibile che la parola sia caduta così in basso sino a definire violentatori, picchiatori di handicappati? Il bullo di oggi segue il branco, approfitta della forza del numero, ridicolizza la gentilezza, la debolezza. Tra gli episodi recenti farei in ogni caso delle distinzioni. I ragazzi che palpeggiano un’ingenua o distratta o boccaccesca professoressa non mi pare meritino tanto risalto mediatico. Anche in passato c’era qualcuno che strisciava sul pavimento dell’aula per guardare le gambe della supplente. Unica differenza, allora non c’erano mezzi elettronici per diffondere la scena, e ce la godevamo in pochi esilarati egoisti. Ma quelli che picchiano un handicappato e filmano il loro atto indegno, chiamarli «bulli» è veramente poco, è ambiguo, è quasi compromissorio. Io, se fossi un educatore, avessi figli, direi chiaro: chi picchia un handicappato è un cretino, un delinquente, uno che merita il disprezzo della comunità.
Non rovinate ancora di più quella parola magica della mia adolescenza: lasciate che ripensi con nostalgia Brando all’Avana che canta: «perché tu non vuoi confessare il tuo amor... ». Quelli erano bulli davvero.