Che tristezza le messe senza più solennità Imitiamo gli ortodossi

Può capitare, anche a chi non ne abbia l’abitudine, di ritrovarsi in chiesa per due volte a distanza di pochi giorni. E, lasciando perdere le contingenze intime o meno di questa visita, può pure capitare, come m’è successo, che le due chiese siano più che distanti. Come in effetti è ora lontano persino il ricordo della chiesa ortodossa, di Mosca, all’inizio dell’Arbat, dove per curiosità ero entrato la settimana scorsa. Il solito via vai di prefiche e santini tra i fumi delle candele; durante la cerimonia continui inchini, segni della croce chiusi più ampli dei nostri. Preghiere in una lingua molto diversa, contratte, complicate da capire.
Eppure... quel salmodiare continuo, ritmico, e le luci di tutte quelle candele che si riflettevano sui paramenti d’oro e sui contorni delle icone poco alla volta allentavano il senso consueto del tempo. E il prete ortodosso alto e robusto con la barba ed i lunghi capelli ci aggiungeva una solennità virile ancestrale. Al punto che pure un non frequentatore di chiese almeno sentiva la solennità di un mistero. Di questo senso del sacro nulla invece ho risentito tre giorni più tardi, a Loreto. O per dire meglio, ancora lasciando perdere i motivi della mia visita: fosse esistita solo la casetta dov’è raccolta la Madonna, non avrei sentito molta differenza. Invece appena entro, e mi sorprendo a fare il segno della croce all’ortodossa, sento dal pulpito una che parla. E a farmi sentire fuori posto non è il fatto che sia donna; piuttosto quel tono da assistente sociale con cui legge o dice quanto mi toglie la voglia di ascoltare. Intanto una schiera di preti, presiede. Contrasto più potente non mi si poteva dare. Il mistero del sacro ne è, malgrado il luogo, dissolto. La tale prosegue a dire in giubba di plastica. E il tutto risulta troppo umano, anzi peggio, ridotto a una non liturgia, a oleato parlare, senza virilità e mistero, in un qualche impasto di sentimenti solo recenti. E si badi non farei una questione di persone. Perché il prete ortodosso da cui mi sono fatto benedire a Mosca, aveva circa la mia età. Dunque, con probabilità, qualche patto indegno col Kgb per campare lo aveva magari anche fatto. Eppure quella sua liturgia, lasciava intatto il mistero. I sentimenti erano i più distanti. Invece un cristiano, e userei la parola nel senso più colloquiale di uomo qualunque, che entra come me di rado in chiesa, si sente qui avvolto da un ambiente altrui e chiuso. Forse poi perfetto per essere fuori completato da chiacchiere che non possono essere troppo diverse da quelle di una Rosy Bindi.
Anzi per dirla altrimenti, e non buttarla in politica e farsi così fraintendere: il cattolicesimo mi pare si sia ormai proprio chiuso nel cerchio di un’attualità usando la quale per paradosso si voleva aprire. E invece ne è sortito il confondersi della liturgia. Di cui mi pare, tra l’altro pure il Papa si occupò da cardinale, in un commento al libro di un abate benedettino. Ma il guaio ormai non solo è fatto: forse è andato troppo oltre, per rimediarsi. I curati di campagna come quelli di Bernanos, sono ormai scomparsi; abbondano solo prediche umane. Il sacro rimane scoperto, rimosso dalle messe con la chitarra e i cori da Sanremo. È evidente: le nostre sinistre conciliari, sono state in ciò peggio di Stalin e del Kgb russo. Perché lì almeno, una cerimonia fa ancora impressione, anche a chi non crede, il che sarebbe poi un esito più sensato per una messa. Ma adesso troppo obliato.