"Che vergogna, lucrano sulla morte di mio figlio"

Caterina Proietti

«Niente potrà rendermi giustizia per quello che ho perso». Timoteo Luciani ha visto morire suo figlio Alex di 15 anni mentre veniva trasportato in ospedale. Era stato appena travolto dal furgone guidato da Marco Ahmetovic. I medici lo hanno raccolto sull'asfalto privo di sensi. Lui ha lottato fino all'ultimo, ma non ce l'ha fatta.

L'indagine aperta dal ministro Mastella vi rincuora?
«Siamo stati contenti. Ma dopo sette mesi onestamente ci è sembrato un po' tardi».

Cosa avreste voluto?
«Il ministro ci aveva promesso pubblicamente tre mesi fa a “Porta a Porta” che sarebbe stata fatta luce sul regime carcerario di Ahmetovic. Non è successo niente».

La rassicurazione del Guardasigilli è arrivata prima che si venisse a sapere dei contatti tra Sundas e Ahmetovic?
«Prima. In quell'occasione discutemmo degli arresti domiciliari, che furono un regalo a una persona condannata per aver ucciso quattro ragazzi innocenti».

Sarebbe cambiato qualcosa se il Guardasigilli si fosse mosso prima?
«Probabilmente questa macchina mediatica non sarebbe stata messa in moto. Ora è tardi. Ora è tutta pubblicità per loro».

Voi sapevate che c'era in cantiere l'idea di far diventare Ahmetovic un testimonial pubblicitario?
«Qui in paese la voce è girata molto prima che uscisse sui giornali. Lo sapevamo, anche se non avevamo conferme. Non pensavamo che davvero si sarebbe arrivati a tanto».

C’è chi dice che sia stato Ahmetovic per primo a farsi avanti con Sundas chiedendone i servizi come agente.
«È indifferente. Io vorrei incontrare di persona il signor Sundas per dirgli che è un pover’uomo. Me ne assumo tutte le responsabilità e spieghi che ho detto proprio così. Non so se quest’uomo (Alessio Sundas, ndr) abbia figli, ma vorrei che capisse cosa significa lucrare sul dolore della gente. Sulla nostra tragedia».

Come mai secondo lei l'indagine è partita solo ora?
«Credo ci siano state le pressioni di molti parlamentari. Purtroppo però è stato tutto il processo ad essere sbagliato. La notizia di oggi non smuove molto».

Non teme di essere troppo severo?
«Alcuni amici mi hanno detto che sbaglio a mettermi contro le istituzioni e a dire le cose in faccia. A me non importa, io non appartengo a nessun partito e dico quello che mi viene dal cuore. Ogni mattina vado al cimitero a portare i fiori e dentro di me ascolto quello che mi dice mio figlio».

Non teme di attirare su di sé altri problemi e sofferenze?
«Dopo la morte di un figlio in un modo così assurdo, sì, il dolore non mi spaventa. Non mi tocca più niente».