Checco Zalone fa l’emigrante fra gay, leghisti e parrocchiani

Venerdì esce il primo film del comico pugliese, che dice: "Col cinema vorrei continuare, ma senza pausa pranzo" 
Il regista Nunziante: "Niente satira di costume, è la “piccola Italia” degli oratori"

Roma - Ci voleva Checco Zalone (al secolo Luca Medici), di professione comico, cantante e adesso anche attore di cinema, per farci vedere un’Italia viva e verace, dove un’anguilla con la faccia finto tonta di Checco affronta la vita sullo sfondo d’un mare pugliese da bere e di certe parrocchie lombarde, dove i ragazzini suonano la chitarra, o tra la folla indaffarata d’una Milano romantica, con i suoi navigli. Altro che Cado dalle nubi, come s’intitola la divertente commedia di Gennaro Nunziante (da venerdì nelle sale),con la quale il beniamino di YouTube fa il salto di qualità, balzando dal piccolo al grande schermo.

Perché Zalone, lanciato da Zelig (ma ancora non l’hanno riconfermato), la sa lunga, quanto a tempi comici e capacità d’andare dritto al cuore della risata, senza mai prendersi sul serio: perciò convince («sono stato a X Factor, da Morgan: si prendono troppo sul serio», dice). In tempi di magra come questi, chi ha voglia di spensierarsi seguendo l’ascesa d’un Candido di provincia (autobiografico?), che molla la madre vedova e la fidanzata all’antica, per diventare famoso all’ombra del Pirellone, troverà leggerezza, ma anche un franco sorriso sui nostri difetti nazional-popolari, frustati, però, da una corda politicamente scorretta. I leghisti di fede padana non resisteranno alla gag del terrone Checco, mandato per scherzo a cantare in calabrese stretto nel sancta sanctorum dei bossiani, che lo butteranno fuori, al grido di «Va’ a da’ via i ciapp» (lui, però, ha fatto pipì nell’ampolla contenente acqua limpida del Po...).

Non sarà Karl Kraus, però è intelligente Zalone (qui sceneggiatore, con il regista) quando gioca la carta del dialetto para-pugliese sul tavolo delle battute («il cantante lo è tale, dal mattino alla sera») o dei temi etici («in treno non mi va a capitare un ricchione? Dovrebbero fare uno scompartimento a parte», dice al cugino gay, poi però media per riunire la coppia di «uomini sessuali»). A chi gli parla in milanese stretto, risponde: «A sòreta» (a tua sorella, come rispondendo a un insulto), ma il simpatico troglodita meridionale proprio sotto la Madonnina sarà cantante di successo, uno che funziona perché «diretto e mediocre». «M’aspetto che qualcuno spenda sette euro, per venirmi a vedere. Il mio terrore è che la gente, vedendomi su YouTube, pensi che io sono gratis! Il cinema ha tempi dilatati e mi piace: vorrei lavorarci ancora, senza pausa pranzo», scherza Checco, emozionato al battesimo del fuoco con la stampa. «Con il regista ci proponevamo di mostrare la Puglia com’è, senza mafia e delinquenti. Una volta tanto, si vede Polignano a Mare, con il suo straordinario paesaggio. In realtà, tutto doveva partire dalla statua di Domenico Modugno, nato lì. Ma i suoi eredi hanno litigato con il Comune locale, per il posizionamento della statua... », racconta lo showman, che risolve la questione meridionale con la tecnica del mettere le mani avanti, «dicendo apertamente quel che i leghisti imputano alla gente del sud».

E quell’idillio di parrocchia, pulita e attivissima, dove il furbacchione fa il maestro di chitarra, per stare con la bella Marika (Giulia Michelini)? «Non volevamo una satira di costume, ma mostrare la “piccola Italia”, con le sue novemila parrocchie», spiega Nunziante. Per coerenza, la colonna sonora contiene canzoni originali di Zalone (il nome deriva dal barese: «Che cozzalone!», cioè «che gran cafone!»), surreali come lui, che stavolta rivela: «Il mio mito? È Troisi».