Chernobyl, obbiettivo sui sopravvissuti

L’esplosione nucleare avvenne il 26 aprile ’86

Sono trascorsi giusto vent’anni. È il 26 aprile del 1986, a Chernobyl si compie il più grave disastro nucleare e tecnologico di ogni tempo. Una tragedia che attendeva solo di accadere. Dapprima passa nel silenzio, poi porta morte e distruzione fino a noi, qui, accoccolati nel Terzo millennio come se il passato non fosse esistito. Invece... Un giovane fotoreporter milanese, Elio Colavolpe dell’agenzia Emblema (nel suo curriculum la copertura dei maggiori conflitti recenti avvenuti sul nostro pianeta: Albania, Kosovo, Afghanistan, Irak), tra il 2004 e il 2005 compie due viaggi tra Bielorussia e Ucraina per raccontare e documentare la vita di tutti i giorni nelle zone contaminate attraverso le testimonianze dei sopravvissuti. Una piccola parte di quel lavoro è da oggi esposto alla Galleria Blanchaert, piazza Sant’Ambrogio 4. Inaugurazione oggi alle 18, aperta tutti i giorni dalle 15 alle 19, fino al 3 maggio (informazioni allo 02-86451700).
Un silenzio che abbaglia, lo si sente, palpabile, anche attraverso le immagini. E un paesaggio così desolato che sembra di esserci passati appena dopo una guerra, dopo le bombe su una città. Questo trasmettono gli scatti esposti. «Eppure ho cercato di privilegiare l’estetica piuttosto che la ricerca giornalistica - esordisce l’autore -. È un racconto elegante, privo di angoscia e orrore, per scelta. Ho preferito uscire dal contesto giornalistico per adattare il lavoro anche a chi è sensibile al punto di vista artistico e abituato a entrare in una galleria». «E poi - prosegue - mentre selezionavo cosa esporre pensavo alla mia nipotina di undici anni. Lei non sa niente di Chernobyl, ma le hanno insegnato che cos’è il nucleare. Il mio modo di comunicare quello che ho visto tenta di adattarsi a lei e a chi come lei quei momenti non li ha vissuti».
Si ferma, Elio Colavolpe. Poi rivela i segni lasciati da quello che ha visto. «Dopo essere stato laggiù, la mia opinione sul nucleare è cambiata nettamente. Ora so che se mi costruissero una centrale vicino a casa, mi sposterei lontano, immediatamente». Ragionamenti politici? «Per niente, direi piuttosto istinto di sopravvivenza. C’è un medico - dice - del quale vorrei parlare. Si tratta di una donna, l’ho incontrata durante il reportage. È addetta al controllo della radioattività in quei luoghi. Le portano di tutto: ortaggi, frutta, funghi, piante. Il suo lavoro consiste nel guardare se i prodotti sono radioattivi o no, che vengono poi restituiti o buttati in base agli esiti dei test. Be’, la gente tenta comunque di riprendersi le sue cose, oppure smette di portargliele. C’è fame, da quelle parti. Prevale il bisogno primario di mangiare ora, senza pensare alle conseguenze future». A pensarci, è agghiacciante. Il fotografo conclude con un aneddoto altrettanto sinistro. Parla delle foglie degli alberi. «Dalla finestra del mio appartamento - dice quieto - al mattino vedevo un sacco di spazzini fare pulizie di fino. Mi trovavo a Gomel, in Bielorussia, sembrava una città linda, sembrava di essere in Svizzera. Ero colpito. Quando ho chiesto alla mia traduttrice la ragione di tanta frenesia, mi è stato spiegato che esistono squadre numerosissime di persone, pagate dallo stato, che hanno l’incarico di togliere da terra ogni foglia che cade, ogni rametto, ogni granello di polvere, perché tutto è radioattivo e va sotterrato in siti appositamente adibiti allo scopo». Un’eredità silenziosa, che verrà lasciata ai figli e ai nipoti di genti e terre dimenticate.