Chet Baker, sul palco gli inediti del genio maledetto del jazz

Il festival Piacenza Jazz approda alla sesta edizione. Si svolge da oggi al 28 marzo con otto concerti e numerose manifestazione collaterali. Come di consueto, il festival sceglie di proporre due o tre concerti settimanali secondo il calendario che qui pubblichiamo, in modo da realizzare una vera e propria stagione breve ma intensa. L'odierna giornata inaugurale è di fondamentale importanza, in quanto prevede in prima mondiale la presentazione dei «manoscritti perduti» del trombettista, cantante e compositore Chet Baker con una conferenza del musicologo Luca Bragalini (ore 17, Sala delle Muse, via San Siro 9) e un concerto del Quartetto del trombettista Paolo Fresu e del Quartetto d'archi Alborada (ore 21.15, Spazio Le Rotative) imperniato sulle musiche ritrovate. Non a caso il programma è stato intitolato Let's Get Found, ritroviamoci, in contrapposizione a Let get's Lost, perdiamoci, il film di Bruce Weber sulla vita di Baker che apparve sugli schermi nel 1988, l'anno in cui il celebre trombettista morì ad Amsterdam a 58 anni.
La vicenda delle composizioni ritrovate è quasi una favola a lieto fine. L'inizio risale al 1961 quando Baker, tossicodipendente già da diversi anni, durante una tournée europea è sorpreso dalla polizia italiana nel bagno di una stazione di servizio presso Lucca mentre si inietta una dose di eroina. È condannato a sedici mesi. Durante la prigionia scrive gli appunti per una decina di melodie che quando viene liberato regala al suo compagno di cella (o ne viene derubato: un particolare non trascurabile ma ormai quasi impossibile da accertare). Costui li vende o li perde, sta di fatto che per alcuni decenni il prezioso materiale cade nel più completo oblio. Infine càpita per fortuna in buone mani, quelle del musicologo Luca Bragalini e del pregevole pianista livornese Mauro Grossi, uno dei migliori virtuosi italiani di jazz. Grossi lavora sulle linee melodiche bakeriane e le trasforma in brani veri e propri per complesso jazz, senza parti di canto, e avvisa l'amico Paolo Fresu. A questo punto il gioco è fatto. Oggi Bragalini spiegherà a Piacenza i particolari del ritrovamento e poi si ascolteranno in concerto i «manoscritti perduti», quattro eseguiti dal Quartetto d'archi Alborada (Anton Berovski e Sonia Peana - che è la moglie di Fresu - violini, Nico Ciricugno viola, Piero Salvatori violoncello) e gli altri sei dallo stesso gruppo insieme con il quartetto di Fresu che allinea Mauro Grossi pianoforte, Riccardo Fioravanti contrabbasso e Stefano Bagnoli batteria.
La première, si legge nella brochure di sala del festival, «è un evento culturale di grande prestigio: mette in luce l'aspetto di Baker compositore del quale fino a oggi non si avevano molte testimonianze, e ha pertanto un altissimo valore musicologico». È vero. Ma l'avvenimento è altrettanto importante in quanto, al di là delle celebrazioni del ventennale della scomparsa nel 2008, contribuisce a tenere assai desto l'interesse per Chet (così lo chiamavano e lo chiamano gli intenditori, senza il cognome), uno dei più straordinari musicisti di jazz per fraseggio e bellezza di suono. Ricordiamo che ha soggiornato più in Europa che in America: nel vecchio continente le leggi contro i consumatori di droghe pesanti erano meno severe. Era un giovane stupendo e il pubblico lo adorava, specie le donne. Ma nel 1979, quando Chet ritorna in Italia dopo una lunga assenza e un periodo di assoluto silenzio, il cinquantenne è molto diverso. Negli Stati Uniti alcuni spacciatori non pagati lo hanno picchiato a sangue e gli hanno rotto i denti.
Per quasi tre anni non lavora perché in quelle condizioni non può suonare la tromba, e non dà notizie di sé. Finalmente il collega Dizzy Gillespie lo aiuta perché si applichi una dentiera. Chet deve quasi imparare di nuovo a usare lo strumento. Miracolosamente ricupera il suo magico suono: quando è sul palcoscenico non resta traccia dei terribili guai appena trascorsi. Ma il bel giovane degli anni Cinquanta e Sessanta si è trasformato «in un anziano magro da far paura, con le gambe malferme e il viso pieno di rughe minute». Qualcuno dei vecchi amici italiani lo riconosce soltanto quando lo sente suonare.
Sono note le drammatiche circostanze della fine di Chet e l'interrogativo «omicidio, suicidio o disgrazia?» sul quale oggi, tuttavia, siamo in grado di affermare qualcosa di certo. Alla fine di aprile del 1988 Chet compare all'improvviso, come fa quasi sempre, al club Capolinea di Milano. Sembra in discreta salute e vuole suonare. Quella sera c'è il sassofonista Gianni Basso. Detto fatto, il tempio milanese del jazz di allora organizza il concerto. Chet dice che sta per andare a lavorare in Olanda. Viene trovato morto alle 3.10 del mattino di venerdì 13 maggio sul marciapiede davanti all'Hotel Prins Hendrik di Amsterdam dove ha preso alloggio il giorno prima, festa dell'Ascensione. Il corpo è deturpato da ecchimosi e da sangue rappreso. Le tre ipotesi possibili vengono dibattute con prove e controprove. Nella stanza dell'hotel, con le solite finestre olandesi che si aprono dal basso verso l'alto per non più di mezzo metro, attraverso cui il corpo di una persona adulta passa con qualche difficoltà, si trovano tracce di eroina ma non segni di colluttazioni e la porta è chiusa dall'interno. Il flautista Nicola Stilo, collaboratore assiduo di Chet soprattutto nei suoi ultimi mesi, non ha alcun dubbio a parlare di disgrazia. Lo spiega così: «Chet soffriva ormai di terribili allucinazioni. Deve aver visto qualcosa, che ovviamente non c'era, oltre la finestra, e ha proteso la testa e il busto per "vedere" meglio, fino a cadere di sotto. Non aveva alcuna intenzione di uccidersi, io e altri lo sappiamo bene».