Chi è il «benzinaio» che ha in un bottone il destino di Massa

Meccanico per tradizione e per passione, guadagna 2mila euro al mese. Ha un allenamento speciale per resistere a stress e a errori

nostro inviato a Singapore

L’errore e poi le lacrime e l’abbraccio di Felipe Massa e quello della squadra e la telefonata a casa ai familiari e ancora, il giorno dopo, tutto il team stretto attorno a lui, a proteggerlo e rinfrancarlo. Perché «il primo a star male e a soffrire è proprio lui, per questo dobbiamo stargli accanto», dicono gli amici e i colleghi.
Però c’è un però. Il pasticcio combinato dal meccanico Ferrari che ha vanificato la corsa del brasiliano della Rossa ha se non altro il grande merito di aver portato alla ribalta la sconosciuta categoria. Perché dietro ogni successo dei patinati e viziati piloti del Circus ci sono loro, i metalmeccanici della formula uno, gente che si fa un mazzo così sia che si vinca o che si perda. Solo che dopo i trionfi, i pubblici bene, bravo, bis sono per i patinati col casco, mica per loro. A loro bastano le pacche sulle spalle dei capi Ferrari che li hanno allevati, scelti e messi in prima linea.
«Perché si vince e si perde assieme», ripetevano ieri notte Felipe Massa e il capo della Rossa Stefano Domenicali. Perché non tutti sanno che persino la prima vittoria della Ferrari, nel 1951, a Silverstone, firmata dall’argentino Gonzales, arrivò per merito del box. Quello del Cavallino ci mise 23 secondi contro il minuto e 46 dell’Alfa Romeo di Juan Manuel Fangio.
Mestiere nobile e faticoso, quello del metalmeccanico da corsa. Alcuni tramandano la passione di padre in figlio, «ho lavorato alla Ferrari, figlio mio, studia anche tu e vedrai...» è una delle frasi tipiche con cui li lasciano, il primo giorno di scuola, davanti al portone dell’Istituto tecnico Ferrari di Maranello, struttura voluta dal fondatore del Cavallino. Altri, molti, arrivano dal sud Italia non spinti dal bisogno di un lavoro, bensì dal tremendo bisogno di dar sfogo alla loro passione per i motori. A volte sono ragazzi cresciuti nell’officina di paese di cui si conoscono le doti; altre volte sono reduci da anni spesi nelle corse delle categorie minori. Al resto ci pensano gli uomini di Maranello, selezionando chi esce dall’Istituto di casa e chi arriva da altre esperienze. A volte la Ferrari li assume prendendoli da altri team.
«Al centro di tutto - racconta Giancarlo Minardi, che di meccanici ne ha forniti parecchi al Cavallino - c’è la passione. È questo il primo fattore che valutiamo, poi la tecnica, la preparazione, che devono essere enormi» e svela: «Uno dei ragazzi feriti l’altra sera, Sanzone, è cresciuto nel mio team». «Che cosa faranno al meccanico che ha dato il via troppo presto a Massa? Nulla, succede, e non voglio sentire discorsi del tipo ah, però guadagna solo duemila euro al mese, non esiste che gli mettano sulle spalle simili responsabilità. I meccanici lo sanno quando intraprendono questa strada: basta un bullone montato male per rovinare tutto. Ricordo uno dei miei ragazzi che presentò le dimissioni dopo aver montato male una ruota sulla nostra F1... Lo rinfrancai convincendolo a non mollare».
A Maranello i meccanici già in forze si offrono per la squadra corse. Dopodiché, i responsabili del team ne valutano le qualità di freddezza e velocità e gli propongono di far parte del gruppo addetto al pit stop. Il meccanico che ha sbagliato l’altra sera, i due feriti, erano preparati sia allo stress che fisicamente. La Ferrari li segue anche durante l’anno con un programma di allenamento e alimentazione. Di più. C’è anche una selezione naturale. Quelli alti e robusti vengono mandati al rifornimento benzina, visto che gestire quel tubo richiede forza e statura. Quelli addetti alle gomme sono di solito piccoli, pronti a rannicchiarsi accanto alle ruote.
Per cui ecco svelato l’arcano, ecco perché per duemila euro al mese ci sono uomini che accettano di mettersi sulle spalle il peso di uno sport bilionario. Li domina la passione e la voglia di essere parte di un sogno. «E poi – racconta un tecnico di F1 – basta che dicano lavoro per la Ferrari, lavoro in F1 e le donne cascano ai loro piedi...». E poi c’è anche chi fa carriera: uno di loro, un inglese già stempiato da ragazzo, iniziò spingendo la Lotus di Jochen Rindt... Si chiamava e si chiama Ron Dennis.