Ma chi è che ha paura di un Parlamento forte?

La polemica sull’articolo 1 della Costituzione mette a nudo l’anomalia italiana: capo dello Stato e Consulta sono in grado di sovvertire la volontà degli elettori<br />

Remigio Ceroni è uscito per un attimo dall’ombra dei peones e subi­to è stato impallinato. Non solo dal­l’opposizione. Ma soprattutto dal suo partito, il Pdl. Maurizio Lupi lo ha liquidato con un «si tratta di un’iniziativa personale, parliamo di cose più serie». Cosa ha combinato l’onorevole Ceroni? Ha proposto di cambiare l’articolo 1 della Costituzione italiana. L’Italia resta una repubblica democratica fondata sul lavoro, ma non solo. La variante Ceroni è questa: «È fondata sulla centralità del Parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale». È lo stesso deputato del Pdl a spiegare il senso della sua azione. Ceroni vuole ridimensionare il potere di magistratura e Corte Costituzionale e «sventare» un atto di forza del Quirinale. Tipo: sciogliere le Camere.

È come se Ceroni avesse accesoun cerino davanti a un distributore di benzina. Gli hanno detto di tutto. E appare chiaro che la sua proposta è già tramontata. Solo che non merita di essere liquidata senza neppure un pensiero. Il lodo Ceroni non è la soluzione. Ma siamo sicuri che in modo magari ingenuo il buon Remigio non abbia illuminato un problema che esiste? Gli antiberlusconiani all’improvviso considerano il Parlamento un fastidio, un luogo dove regna Scilipoti, un raduno di poveri idioti, qualcosa di poco centrale, che forse è il caso di chiudere e di sostituire con laureati in legge scelti per concorso. Fino a quando vincerà Berlusconi, il voto non può essere considerato una cosa seria.

La democrazia, dicono, è altrove. La democrazia è in Procura, nella-Corte Costituzionale o al massimo al Quirinale. Dove si fa politica? Ovunque, tranne che in Parlamento. Questa sta diventando l’anomalia italiana. La colpa non è di onorevoli e senatori. Ci sono poteri istituzionali che sentono il dovere di svolgere un ruolo di supplenza. La teoria è questa: l’opposizione parlamentare non ha i numeri, tocca a noi intervenire. L’interventismo così dilaga. Il presidente della Repubblica non è mai stato così presente nell’attività politica: fa l’arbitro, il tutore, il vigile, indirizza i disegni di legge, scrive, cancella e riscrive, bacchetta quando serve e minaccia decisioni drastiche.

Tutto legittimo, sia chiaro. Ma bisogna anche riconoscere che Napolitano si è ritrovato a interpretare il ruolo quirinalizio non da dietro le quinte. Un piccolo strappo dettato anche dalle condizioni politiche, calde e con forti scontri istituzionali. Non c’è solo il Colle. La Consulta è un metronomo, scandisce i tempi della politica, con i commenti a latere del presidente De Siervo, ormai in uscita, ma un vero professionista delle esternazioni parapolitiche. Le Corti costituzionali, a ogni latitudine, impiegano spesso gli strumenti a loro disposizione (procedurali o sostanziali) –come il rinvio, la trattazione riunita delle cause, la precisazione della questione da decidere – per minimizzare l’impatto politico dei loro interventi. Altre volte, al contrario e forse con minore frequenza, spingono sull’acceleratore politico per favorire transizioni, per veicolare riforme, per attuare disposizioni costituzionali dimenticate.

O per bloccare ogni tentativo di riforme. Questo è il clima che si respira in Italia. Il Parlamento sta sullo sfondo, indegno o dimen-ticato. Non a caso l’analista politico nei giornali perde peso e al suo posto c’è sempre più il cronista giudiziario. Basterebbe questo a far capire quanto non solo la Corte, ma soprattutto le Procure e le loro carte siano diventate la variabile fondamentale della politica. L’avversario non va sconfitto con la forza delle idee, ma delegittimato con qualsiasi mezzo, se poi c’è una bella intercettazione è meglio. Insomma, Remigio Ceroni sarà pure un peone . Ma siamo davvero sicuri che questa Costituzione non si possa neppure sfiorare?