«Chi è clandestino deve restare in cella» Il pm che per primo contestò ai rom l’associazione a delinquere: «Molte decisioni prese alla leggera»

«Il fattore “clandestinità” non deve essere trascurato nel valutare le esigenze cautelari di un indagato, altrimenti si rischia di arricchire le file degli impuniti o, peggio, di dare licenza a delinquere ai criminali».
È categorico, Ezio Basso, il magistrato della piccola procura di Mondovì, in provincia di Cuneo, balzato agli onori della cronaca per essere stato il primo pubblico ministero in Italia a contestare ai rom l'associazione a delinquere.
«Non ho fatto nulla di straordinario - commenta il sostituto procuratore che sembra ancora stupirsi per il clamore suscitato - ho semplicemente applicato il codice, tenendo conto della pericolosità di queste famiglie che fanno dell’attività criminale la loro unica ragione di vita».
L'extracomunitario che a Bologna ha stuprato una quindicenne era stato scarcerato alcune settimane prima. Una decisione presa con troppa leggerezza?
«Per dare un giudizio dovrei analizzare le carte, ma non c’è da sorprendersi se un clandestino, appena uscito dal carcere commette un reato ancora più grave. Prima di scarcerare un indagato è importante tener conto dei suoi precedenti, e quelli di questo tunisino non giocavano certo a suo favore».
La sua capacità a delinquere è stata sottovalutata?
«Direi di sì, anche se parlare dopo è troppo facile. Sempre più spesso ci troviamo di fronte a decisioni prese con una certa leggerezza, senza valutarne fino in fondo le possibili conseguenze. Si ha la tendenza a pensare che il clandestino è un povero cristo che vende droga perché non ha la possibilità di far altro. È un'idea sbagliata, che permette agli irregolari di fare lo slalom tra le maglie a volte troppo larghe della giustizia».
Essere clandestino aiuta a farla franca dopo aver commesso un reato?
«Un italiano ha una carta di identità, una storia alle spalle, una famiglia e questo lo rende più facilmente rintracciabile. Un clandestino, che usa decine di alias, è un fantasma che scivola dalle mani della giustizia. Il pericolo di fuga e la reiterazione del reato, due condizioni che determinano la custodia cautelare, sono fattori intrinsechi alla condizione di irregolare. Una persona che non ha una fissa dimora, che non possiede documenti, sfugge più facilmente ai controlli. Credo che sia una valutazione realistica ma a volte si corre il rischio di essere giudicati razzisti, di passare per il pm che se la prende con gli stranieri».
Esiste una soluzione?
«Quando ci troviamo di fronte ad un clandestino è necessario essere rigorosi: una persona irregolare difficilmente la incroci una seconda volta. La custodia cautelare in carcere è indispensabile, soprattutto se alla scarcerazione non segue un'immediata espulsione».