Chi comanda nel Paese delle cimici

Quando ha saputo che Romano Prodi era stato «spiato», il segretario dei Ds Piero Fassino ne ha chiesto conto all’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e all’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti. Quando poi ha saputo che era stato spiato anche Berlusconi, ne avrà chiesto conto, magari solo in privato, a Prodi e a Padoa-Schioppa? Forse Fassino, ma non solo lui, non si rende conto che lo spionaggio non è più di Stato, come era tanti anni fa, al tempo del Sifar, ma, come tante altre cose, è stato privatizzato. E che i progressi della tecnologia rendono possibile oggi, e relativamente facile, spiare chiunque da parte di chiunque: ai tempi del Sifar il generale De Lorenzo, che pure era bravo e potente, non riusciva a fare più di tre o quattro intercettazioni telefoniche al giorno, negli ultimi tempi le centinaia di intercettazioni addebitate alla Telecom sono state in realtà fatte da una scalcagnata agenzia privata di investigazioni di Firenze.
E si può, se si vuole, continuare a parlare di «poteri occulti» e di «complotti», lo si può anche chiamare sempre e comunque «spionaggio politico», ma le intercettazioni di oggi di tutti contro tutti, nella stragrande maggioranza dei casi, sono fatte a scopo di lucro, si tratti di grandi affari o di piccoli ricatti: meno Stato, più privati, non è la legge del mercato? L’unico politico che l’ha intuito, tra i tanti che hanno messo bocca, è stata Anna Finocchiaro, presidente del gruppo dell’Ulivo al Senato: «Sarebbe grave anche se non ci fosse un mandante, anche se questi servitori infedeli avessero agito per mettere poi sul mercato le informazioni acquisite».
E non è nemmeno detto che, alla fine, non ci sia anche qualche vantaggio: almeno, non sono spiati solo i potenti, ma anche le veline, qualche arbitro e qualche giocatore di calcio di serie C. E non ha giustamente denunciato l’opposizione che questo governo, e in particolare il vice ministro Vincenzo Visco, vogliono rendere obbligatorio e per legge lo spionaggio di tutti gli italiani, e in tutti i momenti della vita, dalla culla alla bara? E saremo tutti spiati per legge, senza bisogno di mandanti particolari, senza bisogno di complotti.
È l’ultimo passo della decadenza della politica, ma è cominciata con il giustizialismo, con il delirio delle «mani pulite», con la persecuzione a senso unico dei «politici», con lo strapotere e la politicizzazione e l’immunità della corporazione dei magistrati, col dilagare delle intercettazioni così dette «legali», con il circolo vizioso mediatico-giudiziario. Fino al punto, inesorabile legge del contrappasso, che sono ormai spiati, proprio come gli uomini politici e le veline, gli stessi magistrati: non è stato spiato a Palermo il grande inquisitore Antonio Ingroia, e dagli stessi poliziotti che sedevano nel suo stesso ufficio e si vendevano le informazioni agli indagati in odore di mafia?
Il pm Igroia spiava l’indagato di mafia e l’indagato di mafia spiava il pm, e attraverso lo stesso ambivalente spione. E non è nella procura di Milano, la grande inquisitrice, che si annidava, nel cuore delle cancellerie, la rete di spioni che facevano concorrenza agli spioni fiorentini che lavoravano per la Telecom? E non erano i poliziotti della Digos, su mandato della procura di Milano, che spiavano gli spioni del Sismi? E non si è chiesto giustamente l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga come è stato possibile che il capo supremo della polizia, il potentissimo e immortale Gianni De Gennaro, mentre lo spionaggio dilagava a tutti i livelli, e da anni, e la sua Digos spiava il Sismi di Pollari, non si è accorto di niente? E Pollari, occhiuto spione internazionale, non si è accorto che i suoi uomini erano pedinati dai poliziotti della Digos, non si è reso conto che, mentre lui dava la caccia a Bin Laden, De Gennaro dava la caccia a lui?
Se è vero che erano spiati sia Prodi che Berlusconi, e magari, come crede Fassino, Prodi era spiato per conto di Berlusconi, e Berlusconi, come forse crede Bondi, è stato spiato per conto di Prodi, meno strano è che né Berlusconi né Prodi si siano accorti di niente, e che il capo della polizia non abbia detto niente né a Berlusconi, che l’ha nominato, né a Prodi, che l’ha confermato nell’incarico. Fra tutti, quelli che contano di meno, e meno sanno e meno sono informati, sono i politici, sia quelli di destra, sia quelli di sinistra. Meno dei magistrati certamente, e lo si sa da un pezzo. Meno del capo della polizia, almeno da quando comanda De Gennaro, e meno del capo del Sismi, da quando è dilagato il terrorismo, con o senza il segreto di Stato.
Del resto, già cinquanta anni fa, il generale De Lorenzo sapeva più del presidente della Repubblica Segni e del presidente del Consiglio Moro, e persino più del ministro della Difesa Andreotti. Ma che cinquanta anni dopo, che Berlusconi, presidente del Consiglio, si sia accorto di essere spiato solo quando fortunosamente ha scoperto una cimice nello studio, e che Prodi, salito a sua volta a Palazzo Chigi, abbia appreso di essere spiato solo quando lo ha letto sul Corriere della Sera di Paolo Mieli, questo nessuno, nonostante la decadenza della politica, avrebbe potuto prevederlo. Berlusconi e Prodi lo hanno appreso come lo ha appreso l’ultima delle veline, come la fidanzata di Briatore. Sarà democratico, ma è deprimente.
E non è nemmeno detto che è finita qui. Dopo l’esplosione dello scandalo dello spionaggio della Telecom, il ministro della Giustizia Clemente Mastella aveva fatto approvare dal Consiglio dei ministri un decreto per distruggere «immediatamente» i fascicoli delle intercettazioni. Ma le pressioni dei magistrati hanno costretto il ministro e la maggioranza e, ahimè, anche l’opposizione a rinviare la distruzione delle intercettazioni e a lasciare, nel frattempo, le carte nelle mani dei magistrati, i quali ne potranno trarre «spunto», così dice il documento approvato dal Senato, «per eventuali indagini». Che significa? Che, alla fine, invece che gli spioni saranno indagati gli spiati. Cornuti e mazziati.