Chi conduce l’inchiesta

Discutere sul pm dell'affaire Ruby, Pietro Forno? Diciamo piuttosto che è lui che fa discutere di se stesso. E delle sue inchieste. Partiamo dal più recente passato. Era lo scorso aprile quando il capo del pool specializzato in molestie sessuali e stupri, se ne uscì con una devastante accusa proprio in un'intervista al Giornale: «La lista dei sacerdoti che ho indagato per reati sessuali non è affatto corta, ma in tanti anni in cui ho trattato l'argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po' strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze». Affermazioni gravissime che suscitarono l'immediata reazione del ministro Alfano, con il conseguente invio degli ispettori in Procura per trovare adeguati riscontri che ancora si cercano.
All'«attenzione» che suscita nei suoi superiori, Forno si è abituato da tempo. C'è la storia raccontata in luglio ad Avvenire da Raffaella Lucanto, che si è vista incarcerare il marito e sottrarre la figlia Angela a 7 anni (data in adozione e restituitale solo dieci anni dopo ma ancora con il cognome dell'altra famiglia) solo perché una cuginetta, risultata poi disturbata mentalmente, si era inventata orge e molestie, alla presenza di suo marito e di uno zio che vive e viveva anche all'epoca dei fatti in Argentina. Citiamo testualmente alcune delle dichiarazioni della signora Lucanto: «Una delle zelanti psicologhe che collaboravano con il pm Forno con il compito di far parlare la bambina le chiese di disegnare un fantasmino, lei lo fece ... Fu interpretato come simbolo fallico e mio marito il 26 gennaio del 1996 alle 5 del mattino fu trascinato a San Vittore. Non capivamo cosa stesse accadendo, eravamo certi che in poche ore l'equivoco si sarebbe chiarito, invece restò in cella due anni e mezzo». Quando la bimba esce dall'audizione protetta avuta con la psicologa, dice: «La signora mi ha detto che dovevo disegnare un fantasma e chiamarlo pisello».
Cambiamo pagina: nel 2001, dopo aver avviato un'istruttoria sul metodo Forno, il Csm decide anche di valutare l'operato dei suoi consulenti di parte: psicologi che emettono sentenze di condanna inappellabili, ginecologi dai discutibili pareri medici, e il rapporto stretto fra la procura milanese e un'associazione di psicoterapeuti. Doverose precauzioni perché a dicembre un taxista milanese, Marino Viola, incriminato da Forno e accusato di violenze sessuali sulla figlia, viene assolto (dopo che ha trascorso due anni e mezzo in carcere) quando a Forno subentra un altro pm, Tiziana Siciliano. Un cambio di rotta repentino supportato anche dal legale di Viola, Luigi Vanni, che segnala parecchie irregolarità avvenute nel corso delle indagini e confermate dalla requisitoria della Siciliano. Il processo diventa un caso che solleva dubbi sui metodi adottati da Forno e getta ombre sul lavoro dei periti. Il Csm apre un'istruttoria su richiesta del consigliere laico Eligio Resta. Forno si difende, accusa i giornalisti di stare dalla parte dei pedofili, annuncia la richiesta di trasferimento, la procura milanese si divide, Francesco Saverio Borrelli lo riconferma ma lui chiede ugualmente di venire trasferito a Torino e là rimane per nove anni.
Intanto il Csm prosegue. E decide di indagare anche su un altro controverso caso istruito da Forno: il processo Artico. Lorenzo Artico, educatore in centri per l'assistenza all'infanzia è accusato da Torno di aver abusato di alcuni ragazzi. Ha 30 anni quando nel 1997 esce dal carcere di Lodi, ma giusto per venire ricoverato nell'ospedale psichiatrico di Codogno. Depresso e dimagrito di dieci chili ripete sempre e soltanto di essere innocente. E i suoi genitori temono che si suicidi. Un anno dopo un intero quartiere di Milano, quello della Barona, si mobilita in sua difesa con manifestazioni, cortei e striscioni. Persino un nutrito gruppo di ragazzini decide di scrivere alla Procura per difendere Artico che, tra l'altro, è anche l'allenatore dell'As Barona. In altre parole, grandi e piccoli non credono affatto che Lorenzo sia colpevole.
Nel 2001 in appello, la pena a Lorenzo Artico viene ridotta a 9 anni e due mesi (dai 13 anni del primo grado) quindi, nel 2003, a sei anni dall'inizio della sua odissea, la Cassazione annulla la condanna. Un articolo di Repubblica di quegli anni, ripreso anche dal Riformista di ieri, riporta le parole dell'avvocato Franz Sarno che con Forno ha avuto spesso a che fare: «Dopo un po' di anni, chiunque finisce per avere una deformazione. Per vedere pedofili e violentatori ovunque».
Sessantacinque anni, magistrato dal 1972. negli Anni '70 e '80 Forno si occupa di terrorismo di destra e di sinistra. Passa dai Nar di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, a «Prima Linea»" ai «Proletari armati per il comunismo». Poi la svolta, la scelta della sua carriera. Quella cioè di costituire un pool anti-molestie e di mettersi a indagare su quelli che lui ama chiamare «i porcelloni». «Passo per un persecutore solo perché nessuno sa quante archiviazioni ho chiesto: più del doppio delle richieste di giudizio» ribatte ai suoi detrattori. Che certi dubbi, però, continuano ad averli.