A chi conviene il ritorno della tensione

Dopo gli attentati di Eilat, il terrorismo, la "guerra dei poveri", si riaffaccia in una fase in cui gli eserciti arabi sono senza mezzi

Non è vero - come affermano alcuni analisti - che i servizi di sicurezza israeliani sono stati presi di sorpresa dall'attacco terroristico di giovedì che ha fatto 8 morti e 33 feriti sulla strada di Eilat. Sapevano chi lo organizzava (i palestinesi Abu Oud al Nirab e Khaled Shaat); non potevano prevenirlo perché il gruppo aveva stabilito la sua base nei quartieri egiziani della città di Rafah che sta a cavallo della frontiera egiziana con Gaza e non volevano rompere i fili della cooperazione militare con l'Egitto con una azione preventiva. Non potevano chiudere il traffico nel sud del Paese senza provocare panico e perdite economiche. Non potevano che attendere sperando nei miracoli che in parte si sono avverati dal momento che le perdite umane avrebbero potuto essere molto più alte.

Israele ha reagito immediatamente distruggendo la base operativa dei terroristi nella parte egiziana di Rafah (trasformata in un mercato di droga, armi, contrabbando e di cellule islamiste dilegate a al Qaida) sperando che la morte di tre soldati egiziani non provochi la rottura con il Cairo (che si dichiara estraneo all'attacco) e usando dell'occasione per dimostrare a Hamas (che si dichiara innocente dal momento che i terroristi operavano in terra egiziana) due cose: 1) che non ci sarebbe stata una offensiva del tipo di quella contro Gaza (27 dicembre 2008-18 Gennaio 2009 che con 1500 morti palestinesi e 3000 case distrutte fu una sconfitta politica e di immagine per lo Stato ebraico) ma operazioni mirate molto più efficaci che nel passato. 2) che l'attacco doveva servire a testare l'efficacia dei sistema missilistico anti missili a cortissima gettata.

Sistema che ha intercettato ¾ dei missili lanciati da Gaza (uno ha causato un ferito colpendo una scuola religiosa a Ashkalon).
Che interpretazione si può dare a questa operazione terrorista? Dal punto di vista militare dimostra il più alto livello operativo dei terroristi: coordinamento di 4 attacchi, uso di missili e mine tele comandate, impiego di uomini disposti in un secondo tempo a trasformarsi in kamikaze, probabilmente alla periferia di Eilat. Dal punto di vista economico mirava a colpire il turismo israeliano in piena espansione; dal punto di vista politico intendeva rompere lo stato di pace fra Egitto e Israele che ha resistito ai ripetuti sabotaggi del gasdotto nel Sinai.

Siamo forse alla soglia di uno scontro militare con l'Egitto come un editorialista israeliano paventa? O a una intensificazione della guerra islamica contro il "piccolo satana" sionista guidata dall'Iran che dopo aver perso l'alleato siriano, vista compromessa la posizione degli Hezbollah in Libano teme l'estendersi della rivolta araba sul suo territorio? Oppure un desiderio di tutti gli Stati arabi di stornare l'attenzione su quanto succede in casa propria? Tutto è possibile ma per il momento improbabile.

Il terrorismo - la guerra dei poveri - alza la testa per sfruttare l'impotenza delle forze armate convenzionali arabe. Non solo perché sono impegnate a prevenire o a soffocare le rivolte dei propri popoli, ma perché tutti governi debbono sfamare la loro gente. I quattrini - anche nei Paesi produttori di petrolio - li detengono i militari che non possono più usarli per l'acquisto e la manutenzione dei costosissimi armamenti moderni.

Dal momento che Israele rimane nel'immaginario delle folle il nemico permanente e simbolico, non c'è nulla di meno costoso e politicamente più redditizio del terrorismo per dimostrare che la "guerra santa" continua. È una fase nuova di una vecchia guerra piena di pericoli ma anche di grandi opportunità per lo Stato ebraico. Uno Stato che in questo guazzabuglio deve soprattutto preoccuparsi di non lasciare offuscare la sua immagine di Paese economicamente stabile, politicamente democratico, socialmente vibrante, finanziariamente credibile e scientificamente avanzato. Tutto quello che il mondo arabo islamico con l'aiuto di non pochi nel mondo occidentale invidia, odia e vorrebbe veder scomparire.