"Chi davvero non ha soldi dovrebbe risarcire lo Stato con lavori socialmente utili"

Il giudice di sorveglianza Fiorentin: "Le spese vanno detratte dalla busta paga dei carcerati"

C'è molto da rivedere. Fabio Fiorentin, uno dei più noti giudici di sorveglianza d'Italia, non ha dubbi: «La remissione del debito vale milioni e milioni di euro. Ma questo istituto è gestito male, diciamo pure all'italiana, e dovrebbe essere rivisto. Se un detenuto, per intenderci, non ha soldi per pagare il suo debito giudiziario, allora che si impegni per la comunità. Per esempio, svolgendo lavori di pubblica utilità».

Un attimo. Tanto per cominciare non si conoscono nemmeno le cifre in gioco.

«Lo so. Parliamo di molti milioni di euro, ma i numeri esatti non li sa nessuno. Io stesso, prima a Vercelli e oggi a Udine, firmo provvedimenti di cancellazione del debito da cinquemila e da cinquecentomila euro. Certo, empiricamente si tratta nel complesso di importi molto considerevoli».

Quali sono le spese più elevate che il condannato dovrebbe pagare?

«Sicuramente il capitolo più corposo è quello che riguarda le intercettazioni telefoniche e ambientali, seguito a ruota dalle perizie sugli stupefacenti».

C'è anche il mantenimento in carcere. Quanto incide sul totale?

«Poco. Il costo della struttura carceraria è altra cosa rispetto a quello imputato al detenuto».

La metà circa delle istanze presentate viene respinta. Su che base?

«Due i criteri. Anzitutto vengono bocciate le domande in cui si chiede il condono di cifre irrisorie. Cinquanta euro, cento euro. C'è una sorta di franchigia in tutti gli uffici. Sotto quella linea si presume che chiunque possa pagare».

E poi?

«Poi si guarda in alto, alle richieste milionarie. In alto ci sono i mafiosi e per loro vale la presunzione di capienza. Si parte dall'idea che i soldi li hanno, ben nascosti o schermati chissà come, anche se piangono miseria. Io ne so qualcosa perché ho a che fare con i boss al 41 bis nel carcere di Tolmezzo. Recentemente mi è capitata una richiesta di remissione da parte del cassiere dei Casalesi. La Guardia di finanza mi ha confermato che era nullatenente. Io però gli ho detto no: non è pensabile che un camorrista di quel rango sia povero in canna. Mi spiace ma non gli credo, anche perché appartiene a un'organizzazione molto potente».

D'accordo, ma molti detenuti o ex detenuti non versano un centesimo. Come fare in un momento di crisi come questo, con lo Stato sempre più in difficoltà?

«Dovremmo pagare di più i detenuti che lavorano dentro il carcere, ma scalare dalla loro busta paga gli importi delle spese di giustizia, come si fa in Austria. In ogni caso, il sistema che c'è oggi va corretto: se lo Stato ti abbona la parcella e ti paga il conto, tu devi contraccambiare. Ti impegnerai per la pubblica amministrazione, con lavori di pubblica utilità. Spero che presto si intervenga per risolvere questo problema, senza discussioni ideologiche».

Commenti

cgf

Lun, 13/07/2015 - 21:28

i lavori socialmente utili dovrebbero essere fatti fare anche ai 'rifugiati' in modo da 'guadagnarsi la pagnotta' e non alloggiato, nutrito, curato a gratis.