Ma chi decide che cos'è una vita?

E se capitasse a noi di fare la fine di Eluana Englaro? Il pensiero ricorrente è questo: se capitasse a me di trovarmi ridotto così? Lo senti ripetere dai colleghi, dagli amici, dai parenti. Direi che quasi tutti si rispondono così: vorrei che venisse staccata la spina.
A me invece capita di immedesimarmi non nella povera Eluana, bensì in coloro che hanno dovuto decidere per lei. Se fossi un giudice, o un medico, avrei il coraggio di dire basta, la vita deve finire? Osservando da lontano la tragedia di Eluana ci sentiamo tutti solidali con lei e soprattutto con il suo disperato papà Giuseppe, che da anni chiedeva la fine di quelle cure che gli paiono inutili torture. Da lontano, insomma, siamo istintivamente portati a credere che la vera pietà sia quella di ordinare a un medico e alle pie suore di smetterla. Ma se non fossimo lontani, se fossimo quel giudice o quel medico o quella pia suora, lasceremmo morire di fame e di sete Eluana, o chiunque altro come lei?
Non sono affatto sicuro di che cosa sia giusto. Non so che vita è quella di una persona in coma irreversibile, non so che coscienza ci sia - e se ci sia - in chi ha l’elettroencefalogramma piatto. Non so che cosa sia la vita e che cosa sia la morte, non so se abbia un senso tutto il nostro affaccendarci, lo star bene e lo star male. Ho qualche dubbio anche su quale sia il vero atto d’amore verso un malato come Eluana. Ma proprio questo non sapere, proprio la percezione del grande mistero che avvolge ogni mio simile, mi dà la certezza che mai e poi mai, se fossi un giudice o se fossi un medico, potrei interrompere una vita.
Posso immaginare, anche se certamente non capire fino in fondo, il dramma di Giuseppe Englaro. Quel giorno in cui gli dissero dell’incidente fu senz’altro il più brutto della sua vita: ma poi ogni giorno successivo deve aver superato il precedente nel dolore, ogni mattina un calvario, una lancia che trafigge. Non posso giudicare Giuseppe Englaro, posso solo abbracciarlo e anzi posso perfino credere che forse anch’io, al suo posto, avrei chiesto la fine di tanto strazio. Eppure, spero di sbagliarmi, ma ho il sospetto che - ora che i giudici hanno accolto la sua richiesta - quell’uomo non avrà affatto la liberazione di cui parla in queste ore. Temo che non avrà alcuna pacificazione, neppure un lenimento del dolore, temo anzi che per lui sarà peggio, temo che un dubbio (potevo decidere io?) lo assalirà, temo che quegli occhi che si aprivano ogni mattina gli mancheranno.
Non ho certezze su questa storia, se non una: la vita e la morte sono talmente più grandi di noi, talmente indecifrabili e inafferrabili che mi fa paura l’idea che qualcuno - un giudice o un Parlamento - possa stabilirne i confini; possa decidere quando un’esistenza è degna di essere vissuta e quando no. Neanche la questione del testamento biologico mi convince. Lucien Israel, grande medico francese, ateo, alla fine della carriera ha tirato le somme in un libro uscito in Italia da Feltrinelli nel 2007, Contro l’eutanasia, e ha detto: non mi è mai capitato, mai, che una persona che da sano aveva dichiarato di non volere accettare certe cure in caso di malattia, abbia poi confermato, una volta malato, quella volontà. Siamo qualcosa di troppo complesso per autodefinirci in un testamento. Siamo certamente qualcosa di effimero, qualcosa che non resta, «luci nel buio di case intraviste da un treno»; ma anche qualcosa di unico e irripetibile, con un destino ignoto. Insomma, siamo troppo piccoli per potere decidere sulla vita degli altri, e troppo grandi perché qualcun altro possa decidere sulla nostra.