Chi disegna la città e chi la brucia

Pietro Samperi*

Gli urbanisti si sono sentiti, e a ragione, in qualche modo coinvolti nelle cause che hanno prodotto i recenti gravi disordini nelle periferie di Parigi e di altre città francesi, anche in riferimento a quanto ha infelicemente previsto il leader dell’Unione circa una prossima estensione del fenomeno alle periferie delle città italiane. Ma le presunte analogie fra le due situazioni, frutto di analisi, come spesso avviene, affrettate e superficiali, se non strumentali, paiono notevolmente inesatte. Ciò non esclude che certe forme di degrado, non meno che non corretti interventi urbanistici, possano determinare anche in Italia, in un prossimo futuro, problemi di ordine pubblico, innescati e fomentati da forme di rivolta e di «disobbedienza» di matrice squisitamente politica, che possono arrivare anche a episodi di terrorismo, sui quali troppo facilmente ancora si indulge. Ciò deve spingere ad affrontare queste problematiche, partendo però da nuovi presupposti ed operando attraverso una seria «politica della casa», adeguata alle nuove, complesse situazioni attuali e coerente con una «politica dell’immigrazione» a livello nazionale.
Sostengo da tempo che il problema della casa non è più tanto di tipo quantitativo, quanto qualitativo, in riferimento a una domanda delle abitazioni più sofisticata, che ricerca determinate localizzazioni, tipologie edilizie, impianti, rifiniture, eccetera e tende a espandere l’acquisizione in proprietà, ovvero a richiedere ancora l’intervento pubblico per chi non può o non intende accedere alla proprietà.
Vi è, infine, una nuova categoria di utenti, gli immigrati, i quali, a seguito della progressiva stabilizzazione giuridica e lavorativa e della conseguente formazione o trasferimento delle famiglie, hanno dato inizio a una domanda, che crescerà nei prossimi anni, di alloggi. Questi dovranno essere in gran parte ancora prodotti dall’intervento pubblico e avere caratteristiche capaci da una parte di rispondere ai loro usi, costumi ed esigenze, ivi compresa la tendenza alla concentrazione etnica, dall’altra, di favorire l’integrazione nel tessuto civile e sociale cittadino, che però sarebbe ostacolata proprio dalla concentrazione e dalla conseguente ghettizzazione, come è avvenuto in Francia, dove peraltro si tende all’assimilazione, che è altra cosa dall’integrazione.
Ribadito che alla base dei disordini francesi vi sono realtà e motivazioni molteplici e complesse, che sarebbe qui lungo analizzare ma che, almeno per ora, in Italia non si presentano, non vi è dubbio che occorre intervenire al più presto perché ciò non avvenga in futuro, adottando nelle periferie una politica per gli interventi sull’esistente e, soprattutto, per la realizzazione di nuovi insediamenti, non più limitandosi ad aspetti tradizionali come servizi, verde, viabilità, parcheggi, eccetera, con un impegno progettuale concentrato su composizioni urbanistiche o forme architettoniche care ai progettisti, ma mirando alla creazione di complessi integrati nelle varie funzioni urbane ed assortiti nelle tipologie edilizie e, soprattutto, nelle composizioni etniche e sociali. Ciò significa anche superare il concetto stesso di periferia, realizzando strutture urbane policentriche, quanto più possibile autosufficienti, nelle quali dovranno assumere particolare importanza gli interventi di trasformazione delle parti più antiche degli insediamenti, mettendone in risalto i valori storici che hanno spesso ormai acquisito, per accelerare la perdita dei contenuti e dell’immagine di periferia.
Ricordo che quando negli anni Sessanta visitai in Gran Bretagna le new towns (città costruite ex novo nel Novecento come satelliti di Londra e di altre grandi città) notai la profonda diversità fra quelle totalmente nuove e quelle innestate invece su centri preesistenti, anche di modeste dimensioni, che acquisirono assai prima delle altre efficaci effetti urbani, accompagnati da un alone di storicità che favoriva la percezione di quelle radici storiche e tradizionali che costituiscono uno dei pregi principali delle città europee.
Roma, grazie alla posizione della sua conurbazione metropolitana in un territorio ampio ma urbanisticamente non massificato, può fare ancora in tempo ad evitare i guai tipici delle maggiori periferie urbane europee a condizione che interrompa la continuità della sua espansione (la famosa macchia d’olio demonizzata negli anni ’50 e ’60 in realtà ha iniziato a manifestarsi soltanto con la politica urbanistica degli ultimissimi decenni) e che adotti una seria organizzazione urbanistica e, ancor prima, amministrativa, di tipo policentrico.
In questi giorni, come esempio negativo dei nostri nuovi insediamenti periferici, è stato ancora citato Corviale, definito da Cervellati «ecomostro, un palazzo lungo un chilometro, realizzato da un progettista di sinistra con l’idea utopica della socialità che non si è realizzata perché sono mancati gli spazi verdi e gli spazi collettivi». Ancora una volta un’analisi parziale di questo insediamento residenziale di iniziativa pubblica, sgradito ai suoi abitanti, non immigrati ma cittadini italiani, realizzato negli anni Settanta nella periferia ovest di Roma, del quale ricordo brevemente la genesi.
Per accelerare la progettazione edilizia di 24 edifici di un piano di zona, finanziato dall’Istituto Case popolari, fu incaricato un numeroso gruppo di qualificati progettisti. Al termine previsto per la consegna dei progetti, questi mi proposero però (nella mia qualità di direttore dell’Ufficio Piano regolatore del Comune, committente insieme alle Case popolari) un nuovo originale progetto urbanistico, costituito da una lunghissima struttura edilizia, nel vivo della quale erano inserite, ad una certa altezza, attrezzature e spazi pubblici. Non mi preoccuparono soltanto i ritardi e i maggiori costi per realizzare il nuovo progetto, quanto il rischio dello scarso gradimento da parte di inquilini che non l’avrebbero scelta, ma subìta a seguito del meccanismo di assegnazione degli alloggi.
Pensai subito all’analogo intervento dell’unità di abitazione di Le Corbusier a Marsiglia, dei primi anni Cinquanta. Che avevo visitato nel 1963, riportandone una pessima impressione per lo stato di degrado e le lamentele degli inquilini. Ma quando vi tornai una decina di anni dopo per mostrarlo alle figlie, studentesse di architettura, lo trovai trasformato, in ottimo stato e con entusiastici apprezzamenti degli inquilini. Era avvenuto che l’ente proprietario aveva trasferito gli inquilini ai quali quell’edificio era stato imposto, l’edificio era stato restaurato e messo sul libero mercato. I nuovi inquilini che lo avevano scelto liberamente non potevano che esserne soddisfatti, se non altro perché non avrebbero potuto lamentarsi neppure nel caso di eventuali inconvenienti scoperti a posteriori.
Forte anche di questa esperienza promisi ai progettisti che avrei sostenuto quel progetto in un’altra occasione che non presentasse rischi, ma dissi loro che prima di portare quel progetto alla commissione tecnica urbanistica lo avrei sottoposto a quella consiliare per un esame politico della soluzione, alla quale personalmente in quel caso ero contrario.
*Urbanista