CHI HA PAURA DELL’UTOPIA

«Berlusconi ama citare Erasmo da Rotterdam e l’Utopia di Tommaso Moro. E anche il “patto per l’Italia” per il momento è solo un’utopia». Così scrivevamo ieri sul Giornale. Citarsi non è mai bello, ma in questo caso (scusateci) è necessario: su quell’articolo si sono scervellati per tutto il giorno i dietrologi romani, le segreterie di partito, i leader politici. «È un’utopia», ha poi commentato Berlusconi davanti ai microfoni. Proprio come aveva detto in privato ai suoi collaboratori. Proprio come avevamo scritto.
L’«utopia» sarebbe un accordo con Veltroni per presentarsi alle prossime elezioni con un programma comune. Quindici punti per rilanciare l’Italia: una coalizione aperta a «chiunque ci stesse, a cominciare da An. Una specie di Caw (come lo chiama Giuliano Ferrara, cioè Cavaliere più Walter), un’alleanza fra le due vere novità di questa seconda Repubblica per porre finalmente le basi del cambiamento».
Ora la prima domanda che tutti si fanno è se questa ipotesi è realmente praticabile. La risposta è: probabilmente no. Non a caso ieri abbiamo fatto precedere l’articolo dalla scritta: «un’idea (quasi) impossibile». Ma l’ipotesi esiste, se ne è parlato. E, come sappiamo, Berlusconi ha dimostrato con la sua storia di saper trasformare molte utopie in realtà: non era forse un’utopia costruire Milano 2? O creare dal nulla una tv in grado di superare la Rai? O fondare un partito e in pochi mesi vincere le elezioni? È inseguendo le utopie che si compiono le grandi imprese. Chi ne ha paura resterà per sempre piccino.
La seconda domanda che tutti si fanno è se questa ipotesi è realmente una buona ipotesi. Non lo so. Molti lettori ci hanno scritto il loro scetticismo, altri si sono entusiasmati. Lasciamo ad ognuno il suo giudizio. Ci limitiamo a una riflessione: i problemi dell’Italia sono a un punto tale (soprattutto per colpa del centrosinistra) che può essere difficile riuscire a risolverli con vecchi strumenti. Di fronte a situazioni di emergenza a volte può essere necessario anche ricorrere a gesti di coraggiosa fantasia. O, quantomeno, non bisogna escluderli a priori.
La terza domanda che tutti si fanno è se rendere nota quell’ipotesi sia stato utile o no. Non ci poniamo il problema, perché il nostro compito è quello di dare le notizie, quando le abbiamo, e questo continueremo a fare per rispetto dei lettori. Ma, intanto, notiamo che l’ipotesi della coalizione elettorale ha già ottenuto un risultato: ha mostrato che se si rompono le trattative e si va ad elezioni non è certo per colpa di Berlusconi (che non a caso ieri ha ribadito: «Confermiamo la nostra attitudine al dialogo»). Sono gli altri quelli dei veleni, sono gli altri quelli delle demonizzazioni. Il centrodestra era pronto a un accordo dopo le elezioni del 2006, lo era nel dicembre scorso e lo sarà ancora in futuro: perché se il bene del Paese lo richiede, si deve essere pronti a tutto. Persino alle utopie.