Chi ha ucciso il piccolo Tommy? Il Gip: tutti gli indizi contro Alessi

Niente riciclaggio: Onofri rifiutò l’«affare». Il quarto uomo: chiedo scusa, gli ho portato un mostro in casa

Andrea Acquarone

nostro inviato a Parma

Sono in rivolta da sabato notte i detenuti del carcere di Parma. Non vogliono tre infami, tre persone accusate di aver rapito e ucciso un bimbo di diciassette mesi, accanto a loro. Già oggi, probabilmente saranno accontentati. Mario Alessi, il facchino, il muratore, l'idraulico, l'elettricista, lo stupratore adesso assassino, la sua compagna e complice Antonella Conserva oltre al terzo della banda, quel Salvatore Raimondi che con la sua confessione ha ucciso la speranza, verranno trasferiti nella prigione di Bologna. Ieri il gip di Parma Armando Mammone ha vidimato l'ordine di custodia cautelare ritenendo sussistente, oltre ai gravi indizi di colpevolezza, «il pericolo di reiterazione del reato e l'inquinamento delle prove».
Tutti e tre, secondo il giudice, avrebbero partecipato a questo rapimento, tuttora incomprensibile, finito in tragedia. L'unico dubbio, semmai, riguarda il chi sia stato ad ammazzare il piccolo Tommy. La scientifica continua a lavorare, ha passato per due giorni al setaccio la zona del ritrovamento di quel corpicino straziato. Mentre si attendono i risultati definitivi dell'autopsia. Dal provvedimento emerge, ancora una volta, come il più bugiardo di tutti sia Alessi, questo manovale di 44 anni che si vantava di poter ingannare chiunque. «Se è vero che i due sequestratori si accusano a vicenda, è anche vero - chiarisce l'ordinanza - che le parole di Raimondi hanno dei riscontri». Insomma sembra il più sincero.
Fuori, c'è una quarta persona che trema. Pasquale Barbera, trentatreenne capo cantiere nei lavori di ristrutturazione di casa Onofri. È indagato per calunnia e favoreggiamento. Ma le accuse nei suoi confronti potrebbero cadere. Lui avrebbe prima raccontato qualcosa agli investigatori, una versione dei fatti negata però subito dopo. Per paura. Risulta dai verbali.
Fu proprio Barbera, infatti, a ipotizzare la pista del riciclaggio, come possibile movente del rapimento. Alessi - stando alle sue parole - il giorno dopo lo prese da parte: «Sei matto, così ci ammazzano». E, così, lui ritrattò.
Una strana storia quella raccontata dal capomastro amico di Paolo Onofri. Un tassello, tuttavia, prezioso, per inquadrare lo squallido scenario in cui si dipana questo sequestro che resta un giallo. Dove tutti si conoscono, dove tanti, e forse sporchi segreti nascosti tra le mura di casa, un giorno potrebbero svelare cosa sia realmente accaduto nella sera del 2 marzo.
Pasquale Barbera racconta di soldi da riciclare a San Marino. Di denaro frutto di smaltimenti illegali di rifiuti tossici o scorie radioattive... «A darcelo avrebbe dovuto - così mi diceva Alessi - gente dell'Est. Io avrei dovuto intestarmi dei conti cifrati a San Marino, poi si doveva reinvestire in immobili. Ci serviva un esperto finanziario, per questo proposi l'affare a Onofri... Lui era il direttore delle Poste». Risultato: Alessi si fece consegnare 15mila euro da Barbera, con la scusa di doverli depositare sui famosi conti segreti e il capomastro quel denaro non lo vide più. Era lo scorso autunno. Onofri ammette la faccenda. Ma giura: «Risposi che non mi interessava». E proprio al padre di Tommaso ieri Barbera ha chiesto pubblicamente scusa. «Mi sono sentito tradito dall'amicizia che avevo con Mario Alessi. Ho portato un mostro a casa Onofri. Voglio che Paolo sappia che chiedo scusa e perdono per aver portato questa persona in casa, che gli ha rovinato l'esistenza».
Ammesso che serva, ecco la testimonianza di un imprenditore malauguratamente finito nel mirino di questa banda di provincia. Carlo Pizzarotti ha riconosciuto nella foto pubblicata sui giornali Salvatore Raimondi, il reo confesso del micidiale triangolo. E spiega: «È uno dei due personaggi che circa due anni fa mi minacciarono dopo un furto compiuto nel magazzino della mia azienda: un bottino fatto di muletti, computer, telefoni e attrezzature varie». «Raimondi era con un calabrese con una pistola in tasca - ricorda -. Non li avevo mai visti prima. Mi hanno detto che volevano 1.000-2.000 euro, non mi ricordo bene, per ridarmi indietro la merce. In più dovevo farli entrare in società con me, nel mio lavoro». Finirono denunciati. Il processo è tuttora in corso».