Chi ha ucciso il rischio d’impresa

Come si suol dire, tutto il mal non vien per nuocere. L’argomento «giovani» si prende in considerazione se un ragazzo affetta la madre, se è drogato, se nel sabato sera dopo la discoteca il lutti salgono oltre una media cinicamente accettabile. Questa volta è bastata una battuta del ministro del Tesoro per accendere i riflettori sul mondo giovanile.
C’è stato molto risentimento bipartisan per quel «bamboccioni» pronunciato nella sede più prestigiosa della nostra democrazia: se fosse stata detta in qualche talk show nessuno se ne sarebbe accorto, tanto è il rutilare di frasi da ogni angolo dello studio televisivo. E così l’autorevolezza (istituzionale) della fonte, il prestigio della sede, il termine (bamboccione) un po’ démodé, un po’ all’Alberto Sordi permetteranno di parlare - speriamo per un po’ di tempo - più dei giovani che degli scaloni dei pensionati.
Molti hanno fatto gli offesi, ascoltando quell’epiteto, ma purtroppo i bamboccioni italiani ci sono davvero in un numero davvero elevato. Il problema è chi e cosa hanno reso bamboccioni i nostri giovani.
Incominciamo a sfatare il primo luogo comune che vedo circolare con insistenza. Dati statistici alla mano dicono che non è affatto vero che i giovani di oggi sono, per la prima volta nella storia della Repubblica, più poveri dei loro genitori. Così non è affatto vero che non c’è lavoro per i giovani. La questione è che loro cercano solo certi tipi di lavoro, complice l’ingenuità delle famiglie e un sistema scolastico sbagliato. È qui che si deve intervenire.
Sempre coi dati statistici alla mano, ci accorgiamo che in Italia il lavoro industriale è superiore che negli altri Paesi europei dove si sono sviluppati i servizi, tipiche attività che rientrano nel campo dell’iniziativa giovanile e che, però, richiedono il senso dell’impresa, la voglia di rischiare. Da noi la voglia dell’impresa è morta.
Semplice indovinello: chi l’ha uccisa?
Nel corso degli ultimi decenni, a partire dagli inizi degli anni Settanta, si è determinata una lenta e inesorabile distorsione antropologica dell’immagine che il giovane ha di sé. Prima responsabile è stata una cultura sinistrorsa che ha imposto un assurdo elitarismo di massa attraverso l’abbattimento delle differenze dei percorsi scolastici, la licealizzazione dell’Università, la cancellazione del merito, la demonizzazione dell’insegnamento professionale.
Seconda responsabile è una visione della politica che ha minato, col tempo, il valore culturale dell’impresa, il fascino esistenziale del rischio in economia.
Il risultato delle due responsabilità nel mondo giovanile è il bamboccione.
Chi studia fino alla laurea, si trova tra le mani un documento che non garantisce nessuna competitività professionale. E infatti i figli dei ricchi o studiano fin dall’inizio all’estero, o si perfezionano poi in una università straniera. E questi trovano lavoro, gli altri no, ostinandosi a pensare che il loro lavoro sia quello per cui hanno studiato: cosa umanamente comprensibile. E rimangono però disoccupati, protetti dalla famiglia che, dopo aver speso molti soldi per l’istruzione del figlio, pensano anche loro (cosa altrettanto umanamente comprensibile) che il proprio ragazzo abbia il diritto di avere un impiego consono alla formazione che ha ricevuto. Gli altri giovani, che non sono riusciti ad arrivare alla laurea, non hanno neppure quella pretesa. Senza lavoro, senza troppe speranze.
La sinistra, responsabile di questa cultura che ha piallato le differenze con la conseguenza di alzare nuove e solide barriere di classe, ha messo la ciliegina sulla torta della propria riforma scolastica distruggendo il percorso formativo professionale, che era nella riforma Moratti. Ha sentenziato l’indegnità del lavoro professionale, impedendo a molti giovani, che poco interesse avevano per lo studio, di imparare una professione che avrebbero potuto spendere molto bene sul mercato del lavoro.
Conclusione: una politica che favorisca il rischio di impresa, che restituisca apprezzamento per il lavoro professionale rimette in movimento il volano del mondo giovanile. Se invece si segue la ricetta del ministro del Tesoro, che fa dell’assistenzialismo al giovane (tra l’altro indecoroso) un merito del suo governo, allora il vero responsabile della crescita del virgulto bamboccione è lui.
Stefano Zecchi